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Lavoro, stop al collateralismo

Giorgio Merlo su Europa del 23/3/2012


E ci risiamo. A ogni snodo decisivo della vita politica italiana si affaccia all’orizzonte il rischio della scissione e della divisione. E, puntuale come sempre, anche questa volta con la riforma del mercato del lavoro e l’ormai noto articolo 18, arriva un confronto interno che, almeno stando ai resoconti giornalistici, può degenerare in uno scontro frontale all’interno del Pd.
Ora, per non cadere nella solita litania di chi è radicalmente contro e di chi è favorevole a prescindere ad ogni ipotesi di accordo, credo sia importante individuare almeno qualche paletto attorno al quale si può articolare un civile e non ultimativo confronto interno.

Innanzitutto va archiviato definitivamente ogni tentativo di mantenere in vita una sorta di oscuro collateralismo con qualche sigla sindacale. Com’è ovvio, la riflessione non riguarda né la Cisl né, tantomeno, la Uil. Riguarda, come tutti sappiamo da qualche decennio, il ruolo della Cgil.
Non è possibile che alcuni settori del Pd, da sempre e comprensibilmente contigui a quel sindacato, ogni qualvolta si avvicina il tempo di assumere un decisione netta su qualche aspetto cruciale inerente il mondo del lavoro, cada in una sorta di passiva rassegnazione e di sostanziale attesa di ciò che dice o di ciò che pensa la Cgil. Vale a dire, sentiamo e aspettiamo la Cgil e poi decidiamo. Una specie di tardo collateralismo, anche se non ufficialmente praticato che rischia, però, di mettere continuamente in discussione la credibilità e soprattutto l’autonomia del partito. Una prassi che, credo, sia giunto il momento di consegnare alla storia.
In secondo luogo, anche nei confronti del governo “tecnico” va mantenuto un atteggiamento di sostegno ma dialettico. Su questo versante Bersani ha ragioni da vendere. Anche la saccenza e la prepotenza accademica hanno un limite. Nessuno ricopre un incarico istituzionale – seppurepro tempore – in virtù della sua infallibilità tecnica e della sua competenza inattaccabile. E una materia incandescente come quella del lavoro non può né subire accelerazioni improprie né, tantomeno, diktat regolamentari.
Il Pd non può avvalorare la tesi, già diffusa e patrocinata dai soliti grandi organi di informazione, che il parlamento è una vuota cassa di risonanza che deve solo ratificare le magnifiche e progressive decisioni del governo dei “competenti”. Questa visione salottiera, aristocratica e illuministica semplicemente non ci appartiene e non appartiene alla storia democratica del nostro paese. E un tema come la riforma del mercato del lavoro e la modifica, o meno, dell’articolo 18 non può che essere di stretta competenza parlamentare. Nel rispetto dei ruoli istituzionali e delle sensibilità delle varie parti politiche.
Infine, il dibattito all’interno al Pd. è semplicemente risaputo che in un partito “plurale” ogni tema, soprattutto se spinoso come quello del lavoro, è destinato ad essere al centro di scontri, polemiche e confronti anche accesi. Del resto, quando abbiamo dato vita a questo partito e non alla semplice riedizione dell’ennesimo “partito padronale”, questo iter era abbastanza scontato. E cioè, la discussione e il confronto erano gli elementi centrali della stessa identità del partito e non un’eccezione da riscoprire periodicamente. E cioè, l’esatto contrario di ciò che puntualmente capita nel recinto dei partiti “padronali” dove la decisione del “capo” non viene messa in discussione se non per caldeggiarla con maggior forza e convinzione.
Il partito “plurale”, al contrario, cammina con la pratica democratica, che resta quella tradizionale del confronto e poi della decisione. Purché non si minacci, a giorni alterni, il rischio della “scissione” se non viene individuatala la soluzione più gettonata dal singolo o dalla componente di riferimento. Ho richiamato solo tre paletti che rappresentano, a tutt’oggi, elementi decisivi e discriminanti per far sì che il Pd affronti a testa alta e senza le solite, e ormai anche un po’ noiose litanie, la discussione sulla riforma del mercato del lavoro che è destinata ad infiammare il confronto politico, sociale e culturale nel nostro paese.
Solo così, credo, il Pd potrà dimostrare di essere realmente un partito riformista e di governo senza avere la costante preoccupazione che ad ogni discussione possa seguire la potenziale, seppur del tutto virtuale, divisione interna. Anche dall’articolo 18 può arrivare una lezione per il Pd e per il futuro della cultura riformista nel nostro paese.