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Maggioritario sì, ma di partito
Stefano Ceccanti su Europa del 7/3/2012
Il dibattito sulla riforma elettorale è stato sin qui concentrato sulla scelta del rappresentante (ripristinando i collegi e riducendo l’ampiezza delle liste), ma non c’è dubbio che la questione più importante sia la modalità con cui il voto possa avere un effetto prevedibile sui governi. I problemi sulla scelta dei rappresentanti, una volta esclusa la falsa alternativa delle preferenze, sono più semplici. Una volta chiarito che gli uninominali saranno la metà dei seggi, i listini possono essere ridotti al minimo, usando come criterio sussidiario il recupero dei migliori non eletti nei collegi.
E ciò sdrammatizza anche la questione del voto unico, necessario per evitare elusioni come le liste civetta e creazione di coalizioni artificiose di collegio. Non sarebbe un mezzo Porcellum, un sistema che usa liste così lunghe di decine di nomi da rendere il rapporto del tutto spersonalizzato: si tratterebbe di liste simili a quelle del Mattarellum camera, con soli 3 o 4 nomi che sarebbero quindi conoscibili perché, proprio come allora, sarebbero stampati sulla scheda. Concentriamoci sulla questione più importante. La prima domanda da farsi è: per il livello nazionale (che ha un grado di complessità maggiore, a cominciare dalla politica estera) il bipolarismo di coalizione funziona? Fermo restando che è difficile isolare un fattore (norme costituzionali, regolamenti, finanziamento della politica) il premio incentiva la formazione di coalizioni adatte a vincere ma non a governare.
Chi difende oggi il bipolarismo di coalizione e vuole essere coerente è solo chi è convinto che si possano e si debbano riformare a livello nazionale coalizioni tipo Unione (l’alleanza di Vasto) o Lega-Pdl. Ma dopo qualche mese ciò salterebbe e ci sarebbe un nuovo governo tecnico C’è chi sostiene che avremmo la forza di ripetere il 2008, di fare coalizioni mettendo vincoli programmatici forti, ma non è buono un sistema che ci induce troppo in tentazione.
Quindi non ci deve essere premio alle coalizioni. In ogni caso esse si dovranno formare intorno al primo partito, anche con gli opportuni incentivi costituzionali, di buona parte dei quali già si discute.
La seconda domanda che ci si pone è se questo svincolarsi dalle coalizioni sull’estrema, non rischi di impantanarci al centro in una palude permanente. In effetti un sistema proporzionale puro, o comunque corretto solo da uno sbarramento e non anche da incentivi verso l’alto del sistema, verso soggetti a vocazione maggioritaria, ci porterebbe alla necessità permanente di coalizioni bloccate al centro. Da una coazione all’altra, senza vera libertà di scelta.
Per questo abbiamo bisogno di correttivi selettivi sostituendo così il maggioritario di coalizione col maggioritario di partito. Se gli elettori premieranno a sufficienza il primo, consentendogli di fare una piccola coalizione con uno o due junior partners omogenei, così accadrà. Il sistema deve essere congegnato per incentivare questa come regola e i partiti devono puntare a questo obiettivo. Le volte in cui i risultati saranno molto vicini tra le forze maggiori e qualche partito sarà su posizioni tali da non potere essere incluso in maggioranza di governo si potranno avere come eccezioni equilibri diversi. Qui mi dispiace dissentire da Salvati: i partiti non si presentano alle elezioni puntando alla Grande Coalizione, ma per vincere da soli o con pochi alleati omogenei.
Il sistema incentiva il fatto che ci sia un vincitore, ma non lo garantisce. Se non c’è, solo a quel punto si ricorre alla Grande Coalizione. Per chiarirlo faccio gli esempi relativi alle ultime due elezioni tedesche dove a livello nazionale (ma non a livello regionale o comunale) la Linke non è ritenuta un partito di governo per le sue posizioni programmatiche. Nel 2009 la coalizione che appariva omogenea e più votata (Cdu, Csu e Fdp) ha ottenuto 332 seggi, mentre quella di centrosinistra (Spd e Verdi) si è fermata a 214. Uno scarto di 118 seggi che la rendeva autosufficiente, dato che la Linke, fuori gioco, ne ha avuti 76. Viceversa nel 2005 le due medesime coalizioni hanno ottenuto risultati più equilibrati: la prima 287 seggi e la seconda 273, mentre fuori gioco stava la Linke con 54. Non c’era autosufficienza e per questo le forze politiche maggiori hanno ripiegato, dopo il voto – lo segnalo a Salvati – sulla subordinata della Grande Coalizione rinunciando ciascuno all’ipotesi principale che avrebbero preferito.
Ciò detto, è evidente che da noi, dove partiamo da una frammentazione maggiore, il sistema deve essere più selettivo di quello tedesco, altrimenti l’eccezione diventerebbe regola





