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Ma non è stata una parentesi
Roberto Della Seta su Europa del 11/4/2012
La caduta degli dei fondatori della seconda Repubblica – Bossi e Berlusconi – fa piacere a molti, me compreso, ma non bisogna esagerare.
Invece in tanti commenti compiaciuti si legge, nemmeno troppo tra le righe, la soddisfazione per una parentesi che sta per chiudersi. Una parentesi? Berlusconismo e leghismo sono stati fenomeni complessi, e soprattutto il secondo non è detto ancora che sia prossimo alla fine.
Il loro successo fu largamente costruito su un discorso pubblico che si poneva, già vent’anni fa, come anti-politica: la politica romana che rubava e affamava il Nord per Bossi che sventolava il cappio in parlamento, la politica politicante per Berlusconi che riuscì, incredibilmente vista la sua storia, ad imporre se stesso come “homo novus” estraneo al potere e dunque alle sue degenerazioni.
Misurata sull’abisso di scandali, familismi, ruberie che sta inghiottendo entrambi, questa cifra anti-politica che fu uno dei grandi motori del decollo della Lega e di Forza Italia appare oggi quasi surreale. Ma altrettanto surreale, a me sembra, è l’idea che chiudendo la “parentesi” – ammesso che sia possibile… –, azzerando questi vent’anni dominati dall’egemonia dei due B., i problemi da cui l’anti-politica nasce saranno avviati a soluzione.
Nessuno dei grandi mali dell’Italia attuale è cominciato con Bossi e Berlusconi. Non i nostri mali economici: basti pensare al debito pubblico, esploso ai livelli attuali negli anni Ottanta e che oggi rappresenta un handicap formidabile di fronte alla crisi e all’urgenza di rilanciare lo sviluppo. Non certamente i nostri mali etici: dalla corruzione all’evasione fiscale, dal lavoro nero all’abusivismo edilizio, dall’intreccio ricorrente tra mafie e politica fino alla truffa del finanziamento pubblico ai partiti cancellato dagli italiani nei referendum del 1993 e reintrodotto “sotto falso nome” qualche mese dopo, l’allergia dell’Italia all’etica pubblica ha una storia molto più antica di questi vent’anni. È la storia di classi dirigenti abituatesi per decenni a coltivare più le appartenenze ideologiche, di classe, di partito, di religione, e poi cadute le ideologie del Novecento le convenienze personali e di gruppo o i peggiori localismi, che non l’orizzonte e l’interesse nazionali.
Berlusconismo e leghismo, basati come sono su visioni in prevalenza “antagoniste” (contro i “comunisti”, contro il Sud e gli immigrati), hanno aggravato anziché curare questo nostro peccato d’origine, anche se, nella loro prima stagione, sono stati il canale di domande non insensate: la “rivoluzione liberale”, mito fondativo di Forza Italia, alludeva ad urgenze vere dell’Italia; come vera, verissima era l’esigenza, che mosse l’ascesa repentina della Lega, di dare risposte forti, identitarie prima ancora che politiche, al disagio di un Nord impaurito e sfidato dai processi di globalizzazione.
A Berlusconi, poi, va dato almeno un merito indiscutibile: avere costretto la politica italiana, con la sua presenza così ingombrante e divisiva, dentro un vestito bipolare.
Sarebbe triste se, come più di un segnale parrebbe indicare, insieme all’acqua sporca del berlusconismo venisse buttato via anche il bambino del bipolarismo, condizione indispensabile per far crescere finalmente anche da noi una plausibile prospettiva riformista. Davvero se così fosse, e se in particolare il Pd coltivasse anche lui l’illusione della “parentesi” invece che mettersi in gioco per un vero cambiamento, l’addio a questi vent’anni di transizione fallita acquisterebbe il sapore amaro di una banalissima restaurazione di ancien régime, o forse ancora peggio finirebbe come intermezzo verso nuove, imprevedibili avventure populiste.





