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Quello che non abbiamo

Mario Barbi su Europa del 8/6/2012

Il dibattito nel Pd è all’altezza dei problemi del paese? E gli italiani avvertono una sintonia tra ciò che li assilla e questo dibattito? Non mi sento di rispondere positivamente né alla prima né alla seconda domanda.
Non perché nel Pd manchi l’attenzione alle domande economiche e alle ansie sociali del paese né perché sia inconsapevole dell’affanno ormai insostenibile in cui versano gli istituti democratici e il sistema costituzionale (legge elettorale, forma di governo e divisione dei poteri).

No, tutte queste cose nel Pd ci sono, come c’è l’orizzonte europeo da cui dipende ormai quasi tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana e le condizioni di vita future Tutto questo c’è, ma è come se non avesse né contorni né colori.
Trovo il Pd introverso, contraddittorio e sfuggente nel modo di porsi rispetto al doppio asse che qualifica oggi una forza politica agli occhi del paese: l’organizzazione della democrazia e la proposta di governo. La legislatura è alle ultime battute e ancora si sente dire che il Pd dovrà preparare una proposta di governo per affrontare la situazione drammatica in cui ci troviamo. Ma cosa aspetta a definirla? E come pensa di definirla? Con mediazioni di vertice o con primarie aperte di coalizione e di programma? Al momento, il travaglio programmatico di tre assemblee nazionali ha generato una raccolta di documenti settoriali (“l’Italia di domani”) con proposte non sempre coerenti tra loro, sempre costose e certamente incompatibili con gli impegni europei già sottoscritti del pareggio di bilancio e della riduzione graduale del debito di tre punti di pil all’anno per i prossimi venti anni. Mi sarei aspettato, mi aspetterei che il Pd, anziché acconciarsi alla convivenza di posizioni divergenti esposte con tenace impermeabilità dal vice-segretario e dal responsabile economia del partito, si interrogasse davvero su una domanda che facciamo fatica a porci e alla quale abbiamo paura di rispondere, ma che è decisiva: il piano di rientro graduale del debito pubblico in un quadro di costante rigore di bilancio (messo in grassetto nel fiscal compact) è davvero quello che serve all’Italia? Quegli impegni non sono forse troppo e troppo poco? Troppo per la rigidità dei vincoli che ci impongono e per la irrealistica durata in cui immaginano di imbracare i ben più eterogenei casi della vita e della storia? E troppo poco perché l’Italia non dovrebbe forse fare di più e più in fretta per alleggerirsi innanzitutto della zavorra del debito? Ma se fosse così, che cosa dovremmo pensare del tecno-governo del presidente? Certo, non potremmo non interrogarci sull’esito “imprevisto” del salva-Italia (più tasse e meno entrate) e non potremmo non chiederci se la “timidezza” di Monti nel negoziato europeo sia il modo migliore di fare gli interessi dell’Italia e dell’Europa. Ma come potremmo farlo, come pure è stato ventilato, se non siamo pronti a proporre agli italiani un’altra ricetta e un’altra strada? Dovremmo interrogarci su noi stessi e su quello che abbiamo fatto negli ultimi tre anni. Il Pd, sbagliando, non ha forse fatto di tutto per non andare alle elezioni nel momento della crisi del vecchio governo e della vecchia maggioranza? E ora? Contrordine, compagni? Con quale convinzione e credibilità potrebbe accelerare verso le elezioni? Per i sondaggi relativamente favorevoli? Attenti ai sondaggi! E poi governare per fare cosa? Governare con chi?
Invece di lavorare per la coalizione necessaria e possibile e indire le primarie per formarne il campo, si conduce e si subisce un dibattito lunare e postsovietico su “liste civiche” da affiancare a un partitosole del quale la società non riconosce più la luce e privo della forza di gravità intorno a cui fare ruotare dei satelliti. A me piacerebbe che si alzasse qualcuno e dicesse: “Mi voglio candidare a guidare il centrosinistra e a vincere le elezioni per portare l’Italia fuori dalla palude. Prometto quattro cose: ridurrò in modo significativo lo stock del debito con misure straordinarie; abbasserò contestualmente la tassazione ordinaria perché la pressione fiscale è ormai insostenibile; porterò la spesa pubblica sul pil, al netto degli interessi, al quaranta per cento; farò di tutto per salvare l’euro e realizzare l’Unione politica, ma dirò ai partner europei che siccome voglio salvare l’euro sono anche disposto a lasciarlo se l’Europa continuerà a stare ferma”. Sarebbe un programma di destra o di sinistra? Io penso che sarebbe il programma dell’alternativa. È a questo che servirebbero le primarie di coalizione aperte a più candidati e a tutte le forze politiche e movimenti che sono disposti a riconoscersi in alcuni principi di fondo e che si impegnano a rispettare il programma del leader vincente. Primarie come movimento di popolo per rivitalizzare la democrazia, coinvolgere i cittadini e allontanarli dalla protesta dando loro il potere di decidere.
Invece, il Pd, nato e pensato per fare questo, traccheggia, vuole cose diverse ed incompatibili tra loro. E non vuole affrontare i nodi perché mette la sua unità (finta) al di sopra dei problemi del paese. È questo che ci allontana dagli italiani. È in questo vuoto tecno-politico che cresce l’astensione e la protesta. È il tatticismo, e l’auto-referenzialità, che ci allontanano dai nostri concittadini. Grazie anche al protagonismo emergente di “giovani” professionisti, affiancati aglievergreen di sempre, tutti intenti a discutere di “progressisti” e “moderati”, a scrutare l’avvento di salvifici orizzonti dal Pse e sfiniti dalle fatiche di Sisifo della ri-costruzione di un sistemadi- partiti anacronistico intorno ad un partito-di-sistema (il Pd) che, dopo avere coltivato per tre anni la chimera proporzionalista e alimentato la metastasi di un trasformismo parlamentare (Terzo polo) senza consistenza nel paese, ha scoperto con le ultime amministrative di avere preso una cantonata.
Quindi marcia indietro, come se niente fosse? Senza pagare pegno? No, non si può. In questo rischiamo di essere speculari al Pdl che, dopo essersi lasciato guidare dal criterio unico della convenienza momentanea per la legge elettorale e le riforme costituzionali, scopre d’incanto che all’Italia serve il semipresidenzialismo. Con quale credibilità? Me lo chiedo da presidenzialista, maggioritario e bipolarista convinto e non pentito. Ci sarebbe molto da rivedere. Ci sarà molto da rivedere per stabilire un rapporto con il paese. Purtroppo il Pd non sembra in grado di concepirsi come mezzo e non come fine. Almeno nella sua parte prevalente e nel suo gruppo di vertice. Vertice che è anche disposto a transigere sui mezzi (come le primarie) pur di perseguire il fine del partito. È questo che rende inattuale, stucchevole e velleitario il programma di conquista del partito (non importa con quali mezzi) di cui si parla in questi giorni dei giovani vecchissimi neo-socialisti, debitori di Togliatti, che stanno dando un contributo inestimabile ad allontanare il Pd dalle proprie ragioni costitutive e dalle forze più vive e dinamiche del paese.