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Mai più cambi di casacca
Roberto Della Seta e Salvatore Curreri su Europa del 5/7/2012
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Uno dei fenomeni più vistosi della crisi del sistema politico-parlamentare e che più alimenta l’anti-politica è senza dubbio il cosiddetto transfughismo parlamentare, cioè il passaggio in corso di legislatura di deputati e senatori dal gruppo del partito per cui sono stati eletti a un altro, spesso creato per l’occasione.
Un fenomeno non del tutto nuovo e presente anche nelle altre democrazie europee, ma che in Italia ha assunto caratteristiche del tutto abnormi sia per dimensioni numeriche – nell’attuale legislatura i cambi di casacca sono stati già più di cento, per la gran parte in direzione di gruppi di nuova costituzione – sia per ricadute politiche (basti pensare ai “responsabili” di Scilipoti e Razzi).
Il transfughismo parlamentare fa crescere la sfiducia dei “rappresentati” verso i “rappresentanti”; falsa il circuito rappresentativo politico-elettorale; altera i rapporti di forza elettorale tra i partiti politici e, più in generale, tra maggioranza ed opposizione; turba l’organizzazione e il normale funzionamento delle assemblee rappresentative; favorisce la corruzione politica; in definitiva, è un tarlo che – soprattutto se largo e profondo com’è in Italia – col tempo può erodere le basi democratiche di un ordinamento.
È noto che, a fronte di tali critiche, i politici invocano la norma costituzionale che vieta mandato “imperativo”, e argomentano che se al parlamentare disubbidiente si potesse revocare il seggio, egli diverrebbe un docile e pavido esecutore di volontà altrui, e la stessa autonomia ed indipendenza del parlamento ne uscirebbe fatalmente compromessa.
Ora, il divieto di mandato imperativo nasce con il costituzionalismo liberale del XIX secolo sulla base di condizioni che nei moderni regimi democratici sono superate. Un tempo pochi elettori votavano direttamente per coloro che ritenevano i migliori, come tali in grado d’interpretare ciò che era bene per tutti; oggi, nei moderni stati democratici, dopo l’introduzione del suffragio universale e la nascita dei partiti politici di massa, i cittadini esercitano la propria sovranità scegliendo un programma politico e affidando a una maggioranza, generalmente a un leader, il compito di realizzarlo. Il voto oggi non è più delega in bianco a chi si ritiene superiore perché interpreti la volontà comune, ma è scelta di un indirizzo politico di partito e di coloro che, una volta eletti, saranno chiamati a perseguirlo.
Gli eletti dunque ricevono dagli elettori un mandato non in bianco ma politico; un mandato mediato dai partiti. Se così non fosse, saremmo come il popolo inglese di cui parlava Rousseau: che credeva di essere libero, ma in realtà era libero solo il giorno delle elezioni e appena eletti i parlamentari tornava schiavo e non era più niente. Per tutto questo, la libertà del parlamentare va interpretata anche in base al ruolo che i partiti politici svolgono nei nostri sistemi democratici. È quanto cerca di fare un emendamento al progetto di riforma costituzionale che, riprendendo un disegno di legge presentato oltre un anno fa, modifica l’articolo 67 della Costituzione stabilendo che «decade dal mandato il parlamentare che s’iscrive ad un gruppo parlamentare, diverso dal misto, che non rappresenti il partito per cui è stato eletto». Se questa norma – già presente in altri ordinamenti costituzionali come quello portoghese – venisse approvata, i parlamentari non potrebbero più aderire a un altro gruppo politico rispetto a quello del partito con cui sono stati eletti, né tantomeno potrebbero costituirne uno nuovo, pena la decadenza dal loro mandato. L’obiettivo di questa proposta non è il rafforzamento del potere di controllo del partito sui propri parlamentari, ma la limitazione del fenomeno del transfughismo parlamentare e dei suoi effetti deteriori.
Il divieto di mandato imperativo non può restare senza limiti: va mantenuto se serve a tutelare i parlamentari espulsi dai gruppi di appartenenza o che scelgono di dimettersi dai gruppi e dai partiti di origine iscrivendosi al gruppo misto; se invece diventa, come oggi in Italia è diventato in innumerevoli casi, la giustificazione per un oggettivo “tradimento” da parte del parlamentare verso i cittadini che lo hanno eletto, allora su di esso va fatto prevalere il principio della sovranità popolare.
Da trent’anni, cioè dalla commissione Bozzi istituita nel 1982, si discute in parlamento di “grandi riforme” costituzionali per modificare l’assetto delle nostre istituzioni, senza alcun risultato apprezzabile. Legittimo, visti i tempi ristretti e i tanti veti incrociati, dubitare che questa volta andrà diversamente, ma in ogni caso su un punto sarebbe bene che vi fosse concordia e chiarezza: nessuna modifica costituzionale contribuirà a riannodare la fiducia spezzata tra gli italiani e chi li rappresenta se non si opererà, anche su piano delle norme, perché i parlamentari esercitino il loro mandato con ben maggiore responsabilità verso gli elettori che, sovranamente, li hanno scelti.
Senza questo cambiamento, anche la più rigorosa e ispirata delle riforme costituzionali resterebbe un colosso dai piedi d’argilla.





