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Non si vive di pane e primarie
Giorgio Merlo su Europa del 21/7/2012
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L’Assemblea nazionale del Pd ha confermato che questo non è un partito personale e nessuno esercita, di conseguenza, un’azione meramente proprietaria. Non è un fenomeno così usuale nella politica italiana. Tra vecchi padroni e nuovi guru non c’è differenza. Mutano solo gli strumenti della comunicazione ma le decisioni ultime, come hanno dimostrato Berlusconi e Grillo, sono saldamente nelle mani dell’azionista esclusivo. Sia quando si deve formare una giunta periferica come al comune di Parma e assumere un direttore generale del comune, sia quando si deve scegliere chi può guidare la coalizione espressione di quel partito. Scelte solitarie, non discutibili se non per sport dalle rispettive tifoserie e decisioni che richiedono invece l’applauso dei vari cerchi magici e dell’intero popolo – che sia del “web” o delle “libertà” poca differenza fa.
Il Pd, lo sappiamo noi ma lo sanno tutti, non è così. Quella storia e quella prassi sono estranee alla seppur breve storia di questo partito. Ma non è sufficiente per essere esenti da responsabilità. Senza entrare nel merito delle singole scelte, è indubbio che un grande partito popolare e di massa non può essere schiavo e vittima del suo impianto organizzativo. Certo, il Pd non è un partito “personale” e a dimensione “proprietaria”. Ma queste degenerazioni non si combattono sostenendo stancamente e noiosamente che nel Pd nulla si muove se non con le primarie, nulla senza le primarie e nulla contro le primarie. Perché se uno strumento organizzativo e tecnico, non normato da prescrizione legislativa ma affidato alla buona volontà dei regolamenti da stilare volta per volta, ha il sopravvento su tutto, il rischio che si corre è di appaltare la politica ai regolamenti e diventare progressivamente subalterni e passivi nei confronti di vaghe indicazioni statutarie. Ora, un atteggiamento del genere è credibile per chi sostiene, carnevalescamente, che il Pd cesserebbe di esistere nel momento stesso in cui le primarie non fossero più un dogma da venerare tutti i giorni. Ma per le persone di buon senso – e intendo quell’esercito pluralistico, multiforme e variegato che ritiene che la politica passa anche e soprattutto attraverso il confronto ideale e programmatico interno ed esterno al partito – un atteggiamento del genere rischia di diventare grottesco e incomprensibile. Sotto questo aspetto, la relazione di Bersani all’Assemblea è stata di grande aiuto.
Certo, ci sono le primarie e le faremo ma un partito che aspira a governare non può fermarsi lì. Se così fosse, stavolta sul serio, cesserebbe la ragione sociale e politica dell’esistenza del Pd. Lo dico non solo per esperienza personale dove si ripeteva, penso alla mia tradizione cattolica democratica ma anche a quella gramsciana, che il “primato della politica” non può mai essere messo in discussione dalle norme regolamentari o burocratiche. Ma per la semplice ragione che nella contesa politica contano le idee e i programmi. Se ci si ferma alla cornice, a come disciplinare la contesa sul potere e del potere, è la stessa politica a uscirne sconfitta. Non solo perché il tutto diventa un groviglio puramente autoreferenziale ma anche e soprattutto perché a farne le spese sono contenuti e capacità progettuale che, invece, rappresentano il vero biglietto da visita per un grande partito di governo come il Pd. Non a caso, cresce la preoccupazione che nella stragrande maggioranza dei circoli l’unico tema approfondito e discusso è l’eterno dilemma su come, quando e come disciplinare le primarie. Temi certo importanti ma drasticamente secondari per chi non appartiene ai fan club delle primarie disseminati nel paese.
Ma che, purtroppo, assorbono buona parte del tempo che ognuno dedica al partito senza alcuna ricaduta positiva e concreta nel territorio, nel dibattito e nel confronto programmatico. Gli interventi di Bersani, Marini e Franceschini all’Assemblea nazionale hanno fatto capire qual è la posta in gioco per il Pd nei prossimi mesi. E la differenza è sempre tra chi si ferma a osservare il dito che indica la luna e chi guarda la luna. Cioè tra chi si mette in campo per far emergere e vincere il progetto politico e programmatico del Pd e chi, invece, si ferma a definire le regole per la contesa interna.
Due elementi necessari ma che rivestono un’importanza diversa e hanno impatti diversi nella pubblica opinione. Il Pd non può vivere solo di pane e primarie: questi sono un tassello, seppur importante, del mosaico. Ma restano un tassello. Se si sostituiscono al tutto il rischio è di finire asfissiati. Gonfi di regole, saturi di regolamenti e sazi di cavilli burocratici ma, purtroppo, scarsi sui programmi e poveri di idee. Meglio pensarci prima che sia troppo tardi.





