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PD, confrontarsi fa bene ma l’unità non è un optional

Giorgio Merlo su L’Unità del 17/7/2012

Il confronto all’interno di un partito è normale e del tutto fisiologico. Ed è la controprova che, parlando del PD, non si tratta di un partito “padronale” o di proprietà di qualcuno. Ma anche il confronto interno può degenerare quando scivola lungo i binari dell’attacco frontale al Segretario e al progetto politico che intraprende. Perché se questa diventa la vera contesa politica, l’epilogo rischia di essere già segnato; e cioè si introduce il germe del progressivo sfilacciamento del partito e la concreta possibilità di arrivare all’appuntamento elettorale con un partito sostanzialmente delegittimato a candidarsi al governo del Paese. Sono noti i fronti che puntano a questa delegittimazione politica e personale. Dai rottamatori che quotidianamente attaccano il gruppo dirigente del partito – e quindi il segretario – a tutti coloro che rimettono continuamente in discussione la leadership politica del partito.

Ora, nessuno pensa di mettere il bavaglio al dibattito interno al PD o tacitare il dissenso, ma è francamente singolare che il più grande partito di governo del paese registri un istinto di auto dissoluzione così vistoso, frequente e quasi fisiologico.

È pertanto quasi automatico porsi una banale ma decisiva domanda: e cioè, l’unità del partito è una variabile indipendente rispetto all’identità politica e al profilo programmatico del partito stesso? È credibile un partito che rimette continuamente in discussione la leadership e la sua strategia politica? Pongo questa domanda perché, credo, al fondo di questa eterna e strutturale polemica c’è la volontà politica di dare vita a qualcos’altro. Un altro PD? Un’altra prospettiva politica? Un’altra classe dirigente? Sono tutte aspirazioni legittime che, però, andrebbero chiarite ed affinate per evitare di esporre il PD ad uno stillicidio continuo di scontri e di contrasti insanabili. Anche perché se a dividere sono solo e soltanto i nodi legati agli incarichi, alle quote e ai posti – e penso, nello specifico, alla pura battaglia di potere condotta dai rottama tori che, tra l’altro, sono organicamente inseriti nei gangli di potere – la soluzione è ancora facilmente individuabile. Se invece la contesa riguarda il progetto politico, la strategia delle alleanze e il profilo programmatico del partito è giocoforza prendere atto che la sintesi è più difficile da costruire e, prima o poi, va messo nel conto una potenziale scissione.

E quindi, si tratta di sciogliere un nodo politico che in questi ultimi tempi sta montando sempre di più. O il PD riscopre una forte unità politica, seppur nel rispetto delle varie e plurime sensibilità culturali, oppure il partito è destinato a convivere con una stagione di instabilità, di fibrillazione e di permanente disorientamento anche nella base elettorale. Vedremo nelle prossime settimane se questo nodo viene semplicemente aggirato o se viene affrontato di petto. In gioco, infatti, non c’è solo il ruolo di Bersani ma la credibilità e la prospettiva del Partito democratico. Spero che anche i detrattori più incalliti dell’attuale gruppo dirigente si rendano conto che la posta in gioco è molto alta. E cioè, se si indebolisce il PD barcolla la stessa prospettiva riformista del nostro Paese. Altroché le baggianate sulle primarie, sulle quote e sui rottamatori.