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La nuova classe dirigente. Nodo da affrontare per tutti

Giorgio Merlo su L’Unità del 20/8/2012

La selezione della classe dirigente continua ad essere un tema fortemente gettonato ne nella politica italiana. Un tema antico ma sempre attuale per le modalità concrete con cui si traduce nella concreta dialettica politica. Certo, questo è un nodo che risente delle diverse circostanze storiche. Oggi, tanto per fare un esempio, sarebbe quantomai azzardato proporre un modello che sino a 10-15 anni fa era quasi scontato. E cioè, anche nella politica, anzi soprattutto nella politica.

L’improvvisazione e la superficialità non possono e non devono avere il sopravvento. E quindi, radicamento territoriale, rappresentatività sociale, elaborazione culturale e soprattutto militanza. Categorie che oggi appaiono quasi lunari. Elementi che, lo dico con un pizzico di orgoglio autobiografico, erano le “condizioni” che ci ripeteva quasi ossessivamente Carlo Donat-Cattin ai vari corsi di formazione per i giovani della sinistra Dc di Forze Nuove agli inizi degli anni ’80. Ma condizioni che, oggi, pur mantenendo una bruciante attualità, rischiano di essere legate solo ad una stagione ideologica e politicamente blindata.
Certo, è imbarazzante – almeno per quelli che provengono da un’educazione politica che ho sommariamente richiamato – oggi assistere alle dichiarazioni dei vari leader rottamatori del Pd che annunciano pubblicamente di essere seriamente in difficoltà se “correre” per fare il Premier, o il Ministro, o il segretario nazionale del partito o il Presidente della propria Regione. Con tutto il rispetto del caso, si parla di incarichi politici ed istituzionali come se si discutesse di correre per un Presidente della Pro Loco o di una locale sezione dell’Ana. Trentenni e trentacinquenni che, dando per scontata e ormai acclarata la loro leadership e il loro carisma acquisito, puntano a conquistare le leve del potere a prescindere. Ora, è indubbio che esiste il tema -. Sempre esistito in tutte le fasi storiche e in tutti i regimi politici – del ricambio della classe dirigente e della sua circolarità. Ma colpisce, comunque sia, il cinismo e la freddezza nell’anteporre la conquista del potere personale rispetto a qualsiasi altra valutazione politica e progettuale, se non presentando l’eterna carta di identità come arma rivoluzionaria per spodestare gli “usurpatori” attuali e insediarsi nei luoghi di comando. Certo, il Quirinale per il momento è salvo. Ma solo per impossibilità anagrafica. Salvo repentine modifiche costituzionali…
Ora, al di là delle battute, le domande di fondo a cui, credo, occorre dare una risposta seria e convincente sono sostanzialmente 2: è sufficiente la sola dinamica organizzativistica – e cioè il ricorso al dio primarie – per sciogliere il nodo della selezione della classe dirigente? E, in secondo luogo, dove e come si forma l’attuale o futura classe dirigente del paese?
Due domande, credo legittime, che rimandano ad una questione che ritengo decisiva per il futuro e la stessa “qualità” della nostra democrazia. E cioè, la politica è appaltata alla sola dimensione “tecnica” o tecnocratica o alla sfrenata ambizione personale dei rottamatori di turno oppure esige e richiede una formazione adeguata e permanente che, suffragata da competenze, specializzazione ed esperienza, conitnui ad avere una visione generale della società senza ridursi ad un approccio contabile, ragionieristico e vagamente e falsamente efficientista?
Se non si affronta di petto questo tema la deriva populista, demagogica e anagrafica della democrazia e dell’intero sistema politico è nei fatti e nessun partito riuscirà a fermarla o ad ostacolarla. Certo, le sole ambizioni personali – in questo caso i vari rottamatori – non sono preoccupanti anche perché la battuta del vecchio Nenni è sempre pronta per l’uso: “c’è sempre un puro più puro che ti epura”. E’ sufficiente, cioè, essere più giovani per scalzarti. Più inquietante, invece, è il modello che si trasmette alle giovani generazioni. E cioè, la politica come investimento tra i tanti,, prevalentemente momentaneo, e quindi sganciato da qualsiasi riferimento valoriale e progettuale se non quello ricorrente della carta di identità. Un fatto di marketing, di appeal elettorale e il solito sondaggio che li suffraga. Se questo diventa il parametro da copiare, è la stessa democrazia ad uscirne sconfitta. All’interno e all’esterno del partito di riferimento.
Ecco perché il capitolo della selezione e della formazione della classe dirigente non è un tema marginale per le grandi organizzazioni democratiche, popolari e di massa. Come il Pd, appunto. E cioè partiti che non sono plasmati sul carisma e sulla dittatura democratica” di una sola persona – fenomeno presente, come tutti sappiamo, sia a destra che a sinistra – e che non rinunciano all’idea che il rispetto della pratica democratica è l’unico antidoto contro qualsiasi forma populista e autoritaria.
Un tema, quindi, che non si può e non si deve eludere. A cominciare, appunto, dal Pd.