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Affrontare ora la questione delle alleanze di governo
Giorgio Merlo su L’Unità del 30/8/2012
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È vero. Le alleanze non possono e non debbono precedere il programma e il progetto di governo. E chi lo fa rischia solo di attorcigliarsi nell’autoreferenzialità del politichese. Ma è indubbio che i comportamenti concreti dei singoli partiti, le scelte politiche che di giorno in giorno caratterizzano le singole formazioni contribuiscono già, in modo decisivo, a definire il quadro entro il quale si costruisce la futura coalizione. E il Pd, com’è ovvio, non può attendere il mese prima delle elezioni per sciogliere un nodo che, sostanzialmente, comincia a ritagliarsi in modo sempre più chiaro già adesso. Innanzitutto è bene dire ciò che non saremo più.
L’Unione, tanto per capirci, non può più essere riproposta. Tranne pochi superstiti e nuovi fan – dai cosiddetti rottamatori ai vecchi nostalgici dell’era prodiana – nessuno rimpiange una delle stagioni più buie e più tristi della storia del centro sinistra. Una stagione in cui, per citare un ministro dell’epoca, c’era una coalizione che contemplava al suo interno tanto la maggioranza quanto l’opposizione. Resterà memorabile, per definire questo squallore, il corteo di protesta organizzato dalla sinistra comunista dell’epoca – i Ferrero di turno – contro Prodi e il governo di cui i promotori della manifestazione facevano parte. Una sceneggiata che non va nemmeno commentata. L’Unione appartiene ormai ai libri di storia e lì deve restare. E, per chi fosse ancora legato a quella infausta parentesi, è appena sufficiente scorrere le posizioni di costoro oggi per rendersi conto che quella coalizione è politicamente e programmaticamente archiviata. In secondo luogo il Pd non può essere l’artefice, soprattutto dopo un’esperienza come quella del cosiddetto «governo tecnico», di una alleanza con i vari populismi che serpeggiano nella politica italiana. Sarebbe curioso, al riguardo, se dovessimo stringere, ad esempio, un’alleanza con partiti come l’Idv che impegnano il loro tempo nell’insultare il Pd, il Capo dello Stato, le più alte istituzioni di garanzia e a cavalcare tutte le proteste che salgono dal Paese. È persino troppo facile prevedere che un’alleanza del genere durerebbe lo spazio di un mattino e non sarebbe possibile declinare alcuna cultura di governo per gestire il Paese. Certo, per centrare questo obiettivo serve una guida politica sicura e determinata del partito. Bersani e l’attuale gruppo dirigente confermano di non farsi suggestionare dalle lusinghe della piazza e di tutti coloro che concepiscono la politica all’insegna dell’estremismo, del giustizialismo manettaro e del massimalismo sociale. Deviazioni e degenerazioni che hanno come unico obiettivo quello di far deragliare una potenziale coalizione lungo i binari del non governo cavalcando tutte le spinte massimaliste e piazzaiole. No, non può essere quella la strada per il più grande partito riformista del Paese. E poi c’è la terza strada, l’unica realisticamente percorribile in questa fase politica e storica. E cioè, costruire pazientemente una coalizione che esprima una forte cultura di governo. Nulla a che vedere con la riproposizione dell’attuale consociativismo – peraltro obbligato in questa fase – che si esaurirà con le prossime elezioni. E nulla a che vedere con l’alleanza solo ed esclusivamente con i partiti e i movimenti moderati. No, la strada da battere è quella di dar vita ad una alleanza tra progressisti e moderati, come la definisce Bersani, capace però di avere come denominatore comune la cultura di governo. È quella la cifra politica decisiva per evitare avventurismi da un lato e conservatorismi fuori luogo dall’altro. Ma per perseguire questo obiettivo il Pd non può essere preda di tutti coloro che all’interno hanno altri scopi. E cioè coloro che ogni giorno attaccano il segretario, vogliono liquidare l’attuale gruppo dirigente in virtù di un ricambio selvaggiamente generazionale e, vittime di sfrenate e mai nascoste ambizioni personali, hanno come unica meta la delegittimazione dell’unica prospettiva politica credibile per il Pd. E cioè, costruire una alleanza di governo con forze progressiste e moderate ma di governo. Per questi motivi ora va affrontata la questione delle «alleanze». Che non è un modo per fuggire dai problemi o per rifugiarsi nella zona un po’ virtuale ed obliqua della politologia. Semmai, proprio dalla definizione più precisa dei compagni di viaggio, sarà possibile costruire un progetto di governo e una compagine di governo credibile. L’alternativa suggerita dai demagoghi e dai populisti interni ed esterni al partito, è sempre la stessa: un caravanserraglio già noto alle cronache. Un esperimento di cui adesso possiamo farne tranquillamente a meno.





