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Centro, sfida anche per noi
Giorgio Merlo su Europa del 21/8/2012
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Si torna a parlare del tema della rappresentanza del “centro” nella vita politica italiana. E quindi della rappresentanza della cosiddetta area moderata che, da sempre, è decisiva per gli stessi equilibri politici. Non è un caso, del resto, che proliferano i gruppi e i potenziali partiti che si autodefiniscono di centro e si sentono legittimati a rappresentare interessi sociali, ceti produttivi e settori di opinione pubblica.
È un tema che mi ricorda un po’ il dibattito sulla rappresentanza politica dei cattolici dove c’è sempre qualcuno che pretende di avere il copyright esclusivo per motivi misteriosi. E il confronto sul centro di questi giorni è molto simile. Esponenti della cosiddetta società civile che da svariati decenni sono sotto i riflettori della vita pubblica, mondana e professionale si spacciano fanciullescamente come il “nuovo che avanza” anche in politica. Francamente è quasi imbarazzante darne un giudizio. O personaggi in cerca d’autore che dopo una vita dedicata alla politica nei diversi schieramenti e in svariati partiti si presentano come autentici interpreti del “nuovo corso” della politica italiana.
Ora, al di là di questi simpatici personaggi che, come sempre capita e che ormai conosciamo se non altro per esperienza, durano lo spazio di una campagna elettorale, c’è una domanda di ben altra importanza che interpella direttamente il centrosinistra e a cui va data invece una risposta seria, coerente e convincente. E cioè, il centrosinistra senza trattino, come comunemente lo chiamiamo, può permettersi il lusso di appaltare ad altri soggetti politici o sociali la rappresentanza integrale di quest’area? E, nello specifico, un partito riformista e di governo come il Pd può rinunciare a questo compito di così grande importanza e delicatezza per la politica italiana? Insomma, per parlar chiaro, dobbiamo assistere come Pd da semplici spettatori a questo dibattito o abbiamo qualche buona ragione per esserne interlocutori? Io credo che il Pd, nella sua pluralità e nella sua varietà, ha tutte le carte in regola per partecipare come protagonista e attivamente a questo confronto anche perché al suo interno ci sono personalità e aree culturali che, da sempre, interpretano le ansie, le domande e le esigenze di quei mondi vitali.
Certo, la ragione sociale principale del partito può anche essere quella di riorganizzare l’area progressista del paese ma questo non significa affatto rinunciare a vedere e a capire tutto ciò che capita e attraversa l’area moderata italiana. Questo se non altro perché, come diceva il saggio Martinazzoli, i moderati in sé non esistono. Gli interessi, amava dire il leader bresciano, sono sempre radicali e mai moderati. Tocca poi alla politica moderarli. Ed è proprio quello il compito principale a cui deve rispondere un partito riformista e di governo come il Pd. Credo che la stessa stabilità di un centrosinistra, o di un’alleanza riformista per la prossima legislatura, si gioca prevalentemente su questo versante.
Ora, per evitare di finire in una sterile lamentela, credo che la risposta migliore la si possa e la si debba trovare sui contenuti, e cioè nella capacità del Pd di dare una risposta a tutti i temi che interpellano la politica. A prescindere da chi li pone. Anche perché la cosiddetta mission del Pd non può essere solo quella di rappresentare interessi riconducibili alla tradizionale e un po’ antiquata area della sinistra storica italiana. Tutti sanno, anche quelli più titolati nel parlare a nome della sinistra italiana, che se ci si limita a rappresentare quell’area la garanzia di restare all’opposizione è quasi naturale, salvo quando si costruisce un cartello elettorale o un’ammucchiata politicamente eterogenea, se non inguardabile, che dura lo spazio di un mattino.
Ed è proprio su questo versante che si gioca la capacità del Pd di essere sino in fondo “partito plurale” e “partito interclassista”. Del resto, per essere un vero partito di governo non possono esserci ritagli o rinunce. E anche una alleanza riformista che si prepara a governare il dopo Monti non può limitarsi a distribuire i “compiti”. E cioè: tu organizzi l’area moderata e io quella progressista. Perché se così fosse, si correrebbe il rischio di essere rinunciatari da un lato nel rappresentare molti pezzi della società e, dall’altro, di sfregiare lo stesso profilo politico plurale del partito. Una doppia conseguenza negativa difficilmente sopportabile per un partito che, comunque sia, coltiva grandi ambizioni e che non si riduce, come altri partiti del centrosinistra, a cavalcare gli istinti della piazza o ad essere complici e succubi della deriva populista e demagogica.
Ecco perché il tema del “centro” non è affatto secondario e non è soltanto una divagazione politologica agostana. Se il dibattito sul ritorno del “grande centro” è un argomento prevalentemente gossipparo, declinare una politica di centrosinistra e riformista è invece una sfida drammaticamente attuale e moderna. E il Pd non può presentarsi impreparato all’appuntamento.





