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Merlo: “Il progetto e il coraggio per far ripartire Torino”
Giorgio Merlo su Torino Cronaca del 23/8/2012
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La denuncia-appello di Mons. Nosiglia sul futuro e il destino di Torino non può cadere nel vuoto. Un appello che interpella direttamente le istituzioni ma anche e soprattutto la politica. Cioè i partiti. Sul tappeto non c’è una polemica politica astratta o una contrapposizione virtuale tra la maggioranza e l’opposizione che guida attualmente la città di Torino ma, semmai, la capacità di disegnare un progetto per il territorio senza rinunciare alle caratteristiche storiche e quasi identitarie del capoluogo subalpino.
Ora, per farla breve, mi limito a 3 considerazioni rapide recuperando anche alcune osservazioni già formulate su questo giornale da un osservatore attendo come Mino Giachino.
Innanzitutto la classe politica che attualmente guida e conduce la città. Lo dico con franchezza. Io ho fiducia in Piero Fassino e nel progetto che ha annunciato in campagna elettorale. E lo dico non per motivazioni di schieramento o di banale appartenenza politica ma per il semplice motivo che da Fassino arriva una proposta che guarda alle opportunità del futuro e alla capacità di valorizzarle e di investirle senza rinunciare ad una specificità che da sempre caratterizza Torino, cioè la sua vocazione sociale. Ovvero, la tenacia nel cercare di non lasciare indietro nessuno. E le scelte amministrative di questi ultimi mesi – dagli asili nidi agli anziani, dal ruolo delle cooperative all’assistenza – lo confermano ampiamente. Da Fassino, e dal suo progetto, non ci aspettiamo soltanto la facilità nell’intessere relazioni nazionali ed europee per motivi noti a tutti, ma anche la capacità di dispiegare una visione della città, e del suo sviluppo, che non si limiti alla conservazione dell’esistente.
In secondo luogo, la denuncia di Mons. Nosiglia mi pare che colga nel segno quando invoca anche la capacità di saper collaborare, cioè di lavorare insieme. Non giriamo attorno al tema. Quando alcuni di noi, a livello parlamentare, richiama l’importanza di costruire una lobby piemontese capace – questo sì – di cogliere le opportunità presenti nel territorio per creare sviluppo, occupazione e maggiori investimenti, non fa un grottesco ragionamento campanilistico o di retroguardia ma, semmai, individua nella sinergia lo strumento decisivo per rilanciare e modernizzare il sistema territorio. Gli esempi non mancano. Li potrei citare ma non mi dilungo. Ogniqualvolta la politica piemontese si unisce, seppur nel rispetto delle legittime e scontate differenze, si rafforza nella contrattazione e nella proposta. Ogniqualvolta, al contrario, si divide pregiudizialmente e strumentalmente, il risultato è già quasi scontato: cioè, una sconfitta. Lobby trasparente, com’è ovvio. Ma capacità e disponibilità di mettere insieme energie per c’entrare obiettivi comuni. Perché c’è qualcuno in Piemonte, al di là dei demagoghi e degli strimpellatori di turno, che pensa che la questione Fiat si possa affrontare attraverso l’iniziativa di un partito, o di una maggioranza politica o attraverso l’azione di un solo ente istituzionale? La risposta, credo, è già nella domanda.
In ultimo, ma non in ordine di importanza, i cattolici presenti nei vari schieramenti non possono rimanere silenti o “periferici” rispetto all’iniziativa politica ed istituzionale. Una presenza che, altrettanto ovviamente, non può ridursi ad essere banalmente confessionale o, peggio ancora, clericale. Ma una presenza che sappia piantare alcuni “paletti” che non facciano disperdere una indispensabile, e secondo me ancora necessaria, ispirazione cristiana della politica. Senza lucrare posizioni elettorali e senza limitarsi a svolgere il ruolo di “spazzini della società industriale, come li definiva con la consueta intelligenza Pietro Scoppola, i cattolici impegnati nella politica torinese oggi devono saper riscoprire quella capacità progettuale che unisce sviluppo e difesa dei ceti più deboli. È difficile. Lo so. Ma la “qualità” di una classe dirigente la si misura non solo dalla raccolta delle preferenze ma da ciò che sa esprimere in termini di coerenza progettuale, di innovazione politica e fedeltà alle origini. E questa stagione richiedono, appunto, queste caratteristiche. Gli esempi del passato non mancano. Proprio qui. A Torino. Basti pensare al magistero di uomini come Carlo Donat-Cattin per rendersene conto. E la denuncia-appello di Mons. Nosiglia ci sprona, almeno così mi pare, proprio in quella direzione.





