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Sinistra e città, la Carta tace
Roberto della Seta su Europa del 24/10/2012
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Al di là delle schermaglie su cosa c’è e cosa manca, la Carta d’intenti della coalizione di centrosinistra è una prova fedele ed efficace dei linguaggi, delle mentalità, delle priorità dell’attuale classe dirigente progressista. Da questo punto di vista, il testo mi ha colpito per due dettagli: una frase all’inizio di uno dei capitoli, l’assenza di due parole tra le oltre 4000 che compongono il documento.
La frase apre il capitolo sul lavoro e dice così: «La nostra visione assume il lavoro come il parametro di tutte le politiche». Presa alla lettera, si tatta di una affermazione priva di senso: è evidente che vi siano molte “politiche” – dalla sanità ai beni culturali, dai diritti individuali alla tuela dell’infanzia, dalla lotta all’inquinamento alla partecipazione alle missioni di pace in giro per il mondo, dal contrasto dell’illegalità alla protezione civile – che rispondono a criteri altri dal lavoro. Invece sul piano simbolico la frase dice moltissimo: richiama l’idea che il lavoro sia, per l’appunto, il “parametro” pressoché esclusivo su cui le persone e i gruppi sociali elaborano i propri interessi, bisogni, aspirazioni. Idea antica e prestigiosa, patrimonio condiviso di tutti i pensieri sociali del Novecento (non per niente è scritta in calce alla nostra Costituzione). Ma idea sempre più inattuale, come testimoniato da un dato storico incontrovertibile: il lavoro non è stato l’elemento centrale in nessuno dei movimenti sociali e di opinione, buoni e meno buoni, che hanno agitato e cambiato il mondo negli ultimi quarant’anni; dall’ambientalismo al femminismo, dai no-global ai movimenti giovanili a quelli per i diritti civili, dal localismo Nimby ai movimenti neonazionalisti, dai movimenti per i beni comuni agli indignados che mettono all’indice l’economia della finanza. Ciò non per caso, ma perché sempre di meno nell’età che viviamo gli individui e le comunità si percepiscono e si definiscono prevalentemente rispetto al lavoro. Il lavoro, naturalmente, continua a contare moltissimo, tanto più in una stagione di drammatica crisi economica come l’attuale; ma oggi per dare senso e futuro all’idea di cittadinanza e anche per riaprire una credibile prospettiva di sviluppo, specialmente per avere qualcosa da dire su questo che interessi i più giovani, non si può e non si deve partire solo dal lavoro: per capirlo, basta vedere ciò che succede a Taranto, dove un’intera città – nella quale, è bene ricordarlo, non vi è quasi famiglia che non abbia qualche figlio, genitore, fratello, cugino impiegato all’Ilva – rifiuta ogni scambio lavoro/salute, a costo di mettere a rischio la principale base economica e occupazionale di quel territorio.
Vengo alle due parole che nella Carta d’intenti mancano del tutto: città e urbanistica. Omissione ardita, per dirla alla Renzi vera e propria rottamazione – anche se immagino inconsapevole – di un tema importante nella storia del riformismo. Ha scritto Leonardo Benevolo che l’urbanistica è nata con la sinistra e dalla sinistra, come disciplina di confine tra tecnica e politica che aveva lo scopo di rimediare ai guasti – sociali, culturali, igenico-sanitari – delle prime città industriali: quelle descritte da Dickens nei suoi romanzi e da Engels nei suoi pamphlet, luoghi simbolo sia dell’intreccio perverso tra capitalismo nascente e condizioni di vita miserabili dei primi nuclei di classe operaia, sia per converso della possibilità di costruire, proprio a partire dalla città operaia, un futuro di emancipazione per gli sfruttati. E per oltre un secolo la sinistra ha costruito, sulla sua idea di città, aspri conflitti e grandi speranze, piani e progetti, realizzazioni dai segni più diversi attraverso le quali ha dato sostanza agli ideali di progresso civile e di emancipazione sociale. Basti pensare alla “Vienna rossa” del primo dopoguerra, dove in meno di dieci anni il sindaco Karl Seitz fa costruire 60mila case popolari e dota la città di un sistema per l’epoca avanzatissimo di aree verdi pubbliche e di servizi sociali e igienico-sanitari. O a Barcellona rinata dopo il franchismo e in vista delle Olimpiadi con la rivoluzione urbanistica guidata dal sindaco socialista Maragall, che riconcilia la città con il suo mare e le sue periferie. O ancora a Bologna che mezzo secolo fa, con gli assessori-urbanisti Campos Venuti e Cervellati, recupera il centro storico in una logica di edilizia pubblica e popolare finalizzata a mantenere nelle case gli abitanti tradizionali. E in anni più recenti si pensi alla città tedesca di Friburgo, che sotto il governo del sindaco grünenDieter Salomon è divenuta l’emblema di un cambiamento urbano incentrato sulla sostenibilità ambientale.
Che oggi la sinistra tenda ad ignorare il tema della città è dunque sorprendente, anche perché le città hanno tuttora un enorme bisogno di politiche riformiste. Sono il centro della crisi ecologica, i fattori di gran lunga principali di inquinamento, consumo di risorse, pressione sul clima, consumo di territorio, e restano luoghi di profonda ingustizia sociale: dove centinaia di migliaia di famiglie non ce la fanno a pagare le rate del mutuo o l’affitto, dove crescono gli sfratti, dove politiche abitative che da sempre privilegiano la casa in proprietà condannano all’esclusione sociale milioni di giovani e di lavoratori precari, dove aumenta di continuo la distanza sia fisica che estetica che funzionale tra la città dei ricchi e la città dei poveri. Ma questa “dimenticanza”, tanto più vistosa nel caso dell’Italia la cui storia vede nel ruolo centrale delle città una delle chiavi maggiormente distintive della nostra identità collettiva, non è casuale. È il frutto di anni, almeno un ventennio, nei quali la sinistra italiana ha smesso di praticare la città come luogo e oggetto di conflitto politico, di riformismo, passando dalla lotta contro lo strapotere della rendita che ritagliava le politiche urbanistiche a sua immagine e somiglianza – gli anni delle denunce e mobilitazioni contro il “sacco” delle città italiane, dei tentativi di riforma urbanistica del primo centrosinistra – a una navigazione a vista rinunciataria e anche un po’ torbida, generatrice di rapporti impopri tra politica e affari e spesso di vera e propria corruzione: una navigazione votata essenzialmente a negoziare piani regolatori, varianti, grandi e piccole operazioni speculative con quella lobby potentissima e decisamente trasversale che ha preso il nome di “partito del cemento”.
Non ho la pretesa, con queste righe, di convincere i capi del centrosinistra a rimettere mano alla Carta degli intenti, correggendo la frase sul lavoro e dicendo qualcosa sulle città. Sono però convinto che senza riparare, nei fatti, a questo errore e a questa omissione, i progressisti difficilmente potranno far vivere quel riformismo moderno, concreto, radicale, etico di cui l’Italia ha disperato bisogno.





