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Perché dissento da Castagnetti
Giorgio Merlo su Europa del 13/10/2012
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È curiosa la sicurezza con cui Pierluigi Castagnetti annuncia il fallimento dei cattolici democratici e dei Popolari dopo l’avvento delle primarie del Pd ed è francamente ancor più singolare la tesi che con la discesa in campo del sindaco di Firenze accompagnata dal bombardamento mediatico propenso alla liquidazione, o alla rottamazione che dir si voglia, di tutta la classe dirigente del Pd – Popolari compresi – siamo entrati in un vicolo cieco da cui non possiamo più uscirne se non con il mesto ritiro a vita privata. Due tesi rispettabili, ovviamente, ma da cui dissento radicalmente.
Innanzitutto perché i fallimenti in politica, come nella vita, normalmente sono personali e quasi mai collettivi.
Fuorchè si condivida un impianto ideologico che ha portato terrore, morte e distruzione. Come, purtroppo, è storicamente accaduto nel passato. Ma l’esperienza politica e culturale del popolarismo di ispirazione cristiana è totalmente un’altra e per darne un giudizio critico non si può che parlarne a titolo personale.
In secondo luogo, almeno noi per favore, smettiamola di sventolare la carta di identità come arma rivoluzionaria e taumaturgica capace di cambiare il mondo e i connotati del sistema politico. Questo vuol dire rinnegare il ricambio generazionale e il rinnovamento della classe dirigente? Ovviamente no. Ma se il ricambio della classe dirigente è un fatto quasi naturale, direi fisiologico nel circuito della politica, è altrettanto vero che se è sufficiente predicare la “cacciata” e la “liquidazione” di tutta la classe dirigente del Pd, e quindi anche della rappresentanza popolare e cattolica democratica, per apparire forti ed invincibili allora c’è da essere seriamente preoccupati sul nostro profilo e sulla nostra tenuta. Mi rendo conto che nel clima del grillismo imperante, della violenta personalizzazione della politica e del divismo televisivo figlio della cultura berlusconiana dispensata a piene mani in questi ultimi 20 anni, il rischio di cadere nella trappola è molto alto. Io, forse controcorrente, resto aggrappato all’insegnamento che ho ricevuto da uomini come Carlo Donat- Cattin che a meta degli anni ’80 dicevano, in modo quasi ossessivo, a noi giovani della sinistra Dc del tempo che ogniqualvolta la politica entra in crisi subentrano le categorie del moralismo e del giovanilismo.
Secondo l’adagio del vecchio Nenni che «c’è sempre un puro più puro che ti epura». Un insegnamento datato? Non credo, soprattutto quando assisto ad irreversibili annunci di fallimenti politici perché irrompe nella scena mediatica – e non sappiamo sin quando durerà il bombardamento propagandistico – un messaggio di “pulizia etnica”.
Semmai, e al di là della vecchia tentazione del «muoia Sansone e tutti i filistei », resta aperto il vero tema politico, e cioè come declinare e, soprattutto, quale incidenza concreta questo filone culturale può ancora avere nel recinto del Partito democratico. Se è vero, com’è vero, che la nostra prospettiva non si potrà mai ridurre ad una sorta di “indipendenti di sinistra cattolici” in forma aggiornata e corretta rispetto al passato, è altrettanto vero che se c’è una cultura comune e un quadro valoriale omogeneo, una eventuale ricomposizione di quest’area nel Pd è un fatto ormai quasi obbligato. Ma che cosa c’entra tutto ciò con l’età, l’anagrafe e la carta di identità resta sostanzialmente un mistero. Perché il patrimonio culturale del cattolicesimo democratico è più credibile se passa attraverso un “format” mediaticamente più incalzante e più incisivo? Può darsi. Mi limito sommessamente a ricordare che è sufficiente spegnere leggermente quei riflettori mediatici e quel messaggio rivoluzionario rischia di essere rapidamente archiviato e sostituito da altre parole d’ordine e altri slogan forse più accattivanti e più incisivi per quel momento.
Ma il tema del protagonismo o dell’irrilevanza politica, invece, resta sempre sullo sfondo. Quello sì. Che non va confuso con la “cacciata” e la “liquidazione” definitiva di quella classe dirigente che ha accompagnato e guidato sino ad oggi il percorso dei cattolici democratici e dei Popolari nel Pd. Noi abbiamo una sola certezza, al di là dell’anagrafe.
Che la nostra presenza nel Pd si spegne progressivamente se si diventa politicamente satellitari, marginali e pertanto irrilevanti. Certo, nel contenitore politico identitario staremmo tutti meglio. La filiera politica e culturale sarebbe omogenea e coerente. Ma quella strada l’abbiamo coscientemente abbandonata con la confluenza del Ppi nella Margherita e poi, a maggior ragione, con la nascita del Pd. Oggi, al contrario, siamo chiamati ad un’altra sfida. Forse la più difficile. E cioè quella di essere politicamente più incisivi perché capaci di condizionare le scelte politiche complessive. E che passano lungo tre crinali. Garantire la “pluralità” culturale del Partito democratico.
Evitare la deriva a sinistra di un partito che è nato e decollato con la “mission” di elaborare una cultura riformista che archiviasse definitivamente i vecchi massimalismi ed estremismi. E, infine, dar vita ad un vero centrosinistra di governo capace di superare le vecchie formule e le vecchie ammucchiate contro il nemico di turno. Tre grandi sfide politiche, culturali e programmatiche. Tre grandi sfide che richiedono un “di più” di cultura politica, di coraggio e di coerenza con la propria storia. Che richiedono anche una rinnovata carta di identità.





