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Primarie per i parlamentari, solo qualche dubbio
Giorgio Merlo su Europa del 6/12/2012
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Sgombriamo subito il campo da ogni sorta di equivoco. Le primarie sono importanti – anche se non sono un dogma da venerare tutti i giorni –, indispensabili e utili per avvicinare la politica e le istituzioni alla pubblica opinione e per coinvolgere i cittadini nelle scelte fondamentali della “cosa pubblica”. Detto questo, per evitare fraintendimenti e accuse pregiudiziali, entriamo leggermente nel merito delle cosiddette “primarie per i parlamentari”.
Certo, il Pd è seriamente impegnato a modificare il Porcellum voluto e votato dal centrodestra, e farà di tutto per varare la nuova legge prima della fine della legislatura. Ma, se tutto ciò non fosse possibile, il tema delle “primarie per i parlamentari” si impone. Ora, per uscire dalla richiesta generica – che, come si suol dire, fa fine e non impegna – mettiamo i piedi nel piatto. E, per non apparire reticente, mi limito a fare una serie di domande sperando che chi giustamente le invoca 3 volte al giorno dia qualche risposta nel merito.
Innanzitutto chi si potrebbe candidare e chi potrebbe votare? In linea teorica, per non apparire selettivi o vagamente razzisti – politicamente parlando, com’è ovvio – e per non creare corsie preferenziali, dovrebbero votare tutti i cittadini italiani che dichiarano di essere elettori del Pd e candidarsi tutti i cittadini italiani che dichiarano di essere elettori del Pd. O forse c’è qualcuno che vuol porre filtri, ipoteche, condizionamenti e introdurre corsie preferenziali? Non credo, mi parrebbe poco liberale, poco rispettoso per le persone e gravemente lesivo delle prerogative delle persone.
In secondo luogo, leggo che il partito in ogni regione si appresta a varare – in alcuni casi è già stato varato – un suo regolamento per celebrare le “primarie per i parlamentari”. Ma il Pd è un partito nazionale o è, quando si parla di eleggere i parlamentari nazionali, un partito secessionista? La domanda non è peregrina perché un partito nazionale non può essere condizionato dai localismi più esasperati.
Perché un conto è la valorizzazione dell’autonomismo e dell’impianto federale del partito, altra cosa è un vago rigurgito secessionista e localista che può minare alla radice l’identità stessa del Pd. Inoltre, un gruppo parlamentare, soprattutto di governo e fortemente rappresentativo, funziona se è ricco di competenze, di rappresentatività territoriale e di esperienza, come dice sovente e con fondamento il capogruppo alla camera Dario Franceschini. Come si concilia e come si declina tutto ciò con le primarie per tutti, ovviamente senza alcuna corsia preferenziale? Chi pensa, come ho letto qua e là, di regolamenti già depositati e illustrati cosiddetti “fai da te”, forse è bene che si prenda un periodo di vacanza.
In ultimo, abbiamo la garanzia – certo, la domanda è troppo maliziosa per essere presa seriamente in considerazione – che questa esperienza innovativa e originale, cioè le preferenze per scegliere i candidati al parlamento attraverso le primarie aperte a tutti, avvenga nella massima trasparenza, nel rispetto rigoroso della sobrietà di comportamento e nel rigoroso contenimento dei costi? Dimenticavo una postilla. Il Pd, grande partito popolare, democratico e interclassista, si è consolidato anche e soprattutto per la sua “pluralità” culturale e ideale. Sono certo che le primarie per i parlamentari confermerebbero questa originalità. Ne siamo tutti certi? Mi fermo qui. Potrei ovviamente continuare. Credo, però, che adesso questo tema debba uscire dalle furbizie, dai proclami e dalla ipocrisia.
Verba volant et scripta manent. Bene, per rispondere a queste domande adesso occorre guardare i testi. Anche perché le primarie per indicare il candidato a premier del centrosinistra hanno richiesto circa 4 mesi di serrato dibattito e necessario confronto sulle regole. Per eleggere, speriamo tutti, oltre 450 parlamentari del Pd, non vorrei che la pratica fosse liquidata in un weekend natalizio.





