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Bobba: “Per chi voteranno gli aclisti?”
Intervista a Luigi Bobba su Italia Oggidel 24/1/2013 – di Goffredo Pistelli
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Deputato Pd uscente, ricandidato come vincitore di primarie in Piemonte, Luigi Bobba, classe 1955, ha l’eloquio pacato dei vercellesi e passa per uno che non perde mai le staffe. Anche quando nel suo partito qualcuno lo definiva «teodem» e lo additava come ideologo dei cattolici sempre pronti a impuntarsi sui temi etici, invocando la coscienza, lui non faceva una grinza. E se anche lo si provoca, sfrucugliandolo sul rischio che il suo successore alla guida con le Acli, Andrea Olivero, «salito» con Mario Monti, si porti via il milione di voti adisti, piddini finora, lui non si scompone: «Mai dare nulla di scontato», risponde.
Onorevole, quindi si preoccupa?
«A dicembre un sondaggio Swg fra i cattolici praticanti dava moltissimi incerti. Addirittura il 40% sembrava non intenzionato a votare, anzi quella percentuale era superiore alla media degli italiani. E stiamo parlando di un’area che guarda con attenzione alla politica. Tuttavia…
Tuttavia?
«Fra quelli che esprimevano una intenzione di voto, il Pd era il primo partito. E credo che comunque che il mondo delle Acli, quello che cioè conosco meglio, continuerà a esprimersi maggioritariamente per il centrosinistra».
Ma lei, da aclista, che ne pensa della scelta di Olivero?
«La rispetto, anche se personalmente non l’avrei fatta. Il primo manifesto centrista era del tutto generico e poi ci sono anime fortemente diverse, non so se se riusciranno a dar vita a un soggetto capace di durare nel tempo o se si rischia d’aver un altro partito personale. Peraltro, in quella lista, dicono cose altalenanti: a volte che vorrebbero creare un’alleanza riformista col Pd, altre che siamo inaffidabili. In ogni caso il mondo aclista resta pluralista.
Scusi ma gli adisti con chi staranno, con Bobba o con Olivero?
«Guardi che intanto, nella liste, e in posizioni di eleggibilità. ne abbiamo molti di più noi».
Qualche nome?
«Nella circoscrizione estera, c’è Franco Narducci, delle Acli svizzere. In Lombardia c’è Francesco Prina, che potrebbe essere eletto se il Pd lì farà un buon risultato. C’è Giorgio Zanin che a Pordenone ha vinto le primarie e Federico Geli in Toscana».
Due renziani, questi ultimi due, ma Geni rischia di non farcela.
«Beh non è detto, dipende dal risultato di Sel e quello complessivo della coalizione. Ma non ho finito…».
Prego…
«In Sardegna c’è Silvio Lai, già segretario regionale, e poi ci metterei anche le regionali del Lazio, che sono importanti, dove c’è Christian Carrara nel listino di Nicola Zingaretti».
Invece con Monti, oltre a Olivero, in posizione sicura, c’è solo quel dirigente delle Acli di Venezia…
«Andrea Causin, certo. Ovviamente parlo solo di quelli eleggibili e di cui ho notizia.
Ma dopo il voto ci sarà dialogo?
«La penso come il mio segretario, Pierluigi Bersani, un dialogo dovrà esserci coi montiani. A prescindere dal fatto che vogliano o non vogliano collaborare».
Un altro pezzo di mondo cattolico che sta dichiarando di voler fare una scelta pluralista è quello di Comunione e liberazione. Voi teodem pensate di rappresentare un’offerta politica adeguata? Risulterebbe che, per esempio, i delfini padovani siano già dalla vostra…
«Sì, parlavo nei giorni scorsi con un collega veneto che mi raccontava appunto della presa di posizione di un loro dirigente, Graziano Debellini. Io credo che la nostra esperienza abbia molto da dire a quel mondo».
E invece qualcuno, durante il clima accesso delle primarie, pensava che sí tornasse indietro dal Pd, verso i Ds. Un cattolico come lei non ha avuto questo timore?
«No, a me sembra che il percorso del Pd di questi anni sia stato fruttuoso. Che i riformismi che ven- gono da sinistra e quelli cattolici si siano contaminati e abbiano in comune quei valori di solidarietà che un certo radical i sino etico e un certo individualismo tendono a minare. C’è sempre comunque un rischio che la cultura del libertarismo diventi egemonica: non è una questione da dare per risolta e da mettere in un cassetto».
Per esempio?
«Sui temi del lavoro, della formazione, della cooperazione, della promozione della famiglia, sul ruolo del non profit e del volontariato abbiamo visioni comuni, come abbiamo dimostrato nell’Intergruppo per la sussidiarietà (eletti cattolici di vari schieramenti, ndr)».
E sui temi etici? Molti, in quell’area, temono che si vada verso il matrimonio e le adozioni ai gay…
«Il Pd a luglio ha elaborato un documento per il riconoscimento dei diritti degli omossessuali. Chi pensasse di equiparare quel riconoscimento ad altro si scontrerebbe con gli articoli 293 0 – 3 1 della Costituzìo- ne, in cui i padri costituenti hanno definito molto chiaramente la famiglia. Però mi faccia dire una cosa…».
Prego…
«Su questi temi occorre evitare una sorta bipartitsimo etico e un dialogo è necessario per mobilitare le coscienze e non lasciarsi irretire da un certo individualismo radicale. E comunque il nostro gruppo parlamentare riconosce la libertà di conoscenza ma non lo dico come rifugio perché non si riesce a trovare la strada».
Tornando ai cattolici in politica. Quella ricomposizione dall’alto che era sembrata Todi, è archiviata?
«Pur non essendo stato invitato, in quanto politico, cosa che mi parve incomprensibile, posso dire che la prima Todi ebbe il limite di non portare a una proposta capace di mobilitare le realtà sui territori. Parlo della possibilità di un’azione unitaria, non riconducibile a un partito, di un movimento civico insomma che non diventasse lista (ride), ma unisse persone intorno a certi temi».
E Todi 2?
«Beh lì sono visti i posizionamenti diversi. Siamo rimasti a metà. E comunque i cattolici vivono un tempo segnato dal pluralismo dal quale non si torna indietro».





