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Insieme conflitto di interessi e riforma Rai
Giorgio Merlo su Europa del 16/1/2012
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Ormai lo chiedono tutti ed è un provvedimento, inutile nasconderlo, molto atteso dal “popolo” del centrosinistra. E non solo. Con il futuro governo di centrosinistra, allargato o meno che sia alle forze moderate, la soluzione del conflitto di interessi non potrà non essere affrontato e risolto.
E, accanto all’ormai strutturale conflitto di interessi, anche la riforma della Rai e della sua governance. Sono due temi strettamente intrecciati tra di loro ma che richiedono, adesso, coerenza e determinazione nel risolverli.
Nessuno, credo, vuole introdurre un meccanismo di vendetta o di punizione nei confronti di Berlusconi e del suo impero finanziario e mediatico. Ma certamente la “questione” che ha dominato e condizionato per oltre 20 anni la politica italiana non può più essere prorogata o rinviata. Del resto, ormai è consolidato che la vera anomalia politica italiana, al di là e al di fuori di ogni altra valutazione, risiede nel conflitto di interessi impersonificato dalla figura politica, mediatica ed imprenditoriale di Silvio Berlusconi.
Chi scrive non appartiene alla schiera di coloro che, con la bava alla bocca e con atteggiamenti da eterni pm contro il “genio del male” hanno finito, paradossalmente, per fare la fortuna politica ed imprenditoriale di Berlusconi. E per chi non se ne fosse accorto in questi 20 anni, ha ricevuto una ennesima conferma nei giorni scorsi dopo la puntata di Servizio Pubblico con Santoro e Travaglio. Un atteggiamento, questo, che da 20 anni ricompatta un ampio schieramento politico, culturale e sociale proprio attorno alla figura di Berlusconi e riduce la politica italiana ad un eterno derby tra giustizialisti e garantisti.
È venuto il momento per dire “basta”. È arrivato il momento per voltare pagina. Definitivamente. Anche perché se si intende proseguire su questa strada ci troveremo a gestire l’eterno passato dove prevarranno, ancora una volta e come sempre, le spinte più massimaliste e più estremiste in entrambi gli schieramenti con risultati poco incoraggianti. Se è vero, com’è vero, che la cifra riformista non è fatta di proclami qualunquisti o di approcci moralistici e vagamente giustizialistici ma di chiare e nette scelte di cambiamento, il conflitto di interessi e la riforma della Rai possono essere tranquillamente affrontati e risolti. E unisco sempre il conflitto di interessi con la riforma della governance della Rai perché sono le facce di una stessa medaglia.
La riforma dell’uno non può non contemplare la riforma dell’altro anche perché il potere e il condizionamento della cosiddetta informazione televisiva passa attraverso il superamento del confitto di interessi e la piena e convinta autonomia editoriale e manageriale del servizio pubblico radiotelevisivo. Certo, il servizio pubblico nel nostro paese deve continuare ad esserci perché resta un modello e, soprattutto, una garanzia di pluralismo, di completezza e di imparzialità dell’informazione oltreché di qualità editoriale. Ma è indubbio che l’intreccio che si è verificato in questi anni tra i due mondi informativi – Rai, appunto, e Mediaset – non può proseguire nell’indifferenza e nella semi complicità.
Il centrosinistra ha inserito responsabilmente questo capitolo nella sua agenda di governo e sarà uno dei primi punti del nuovo governo. Senza acrimonia e senza vendette. Ma un governo riformista e democratico non può tollerare ulteriormente questa anomalia, tutta e solo italiana anche nel contesto europeo. Certo, servono competenza, coerenza e serietà nell’azione di governo. Ma soprattutto serve coraggio. Perché noi sappiamo che una democrazia è credibile anche quando il potere dell’informazione non è concentrato nelle mani di poche persone, pena confermare un situazione di permanente anomalia e di strutturale diseguaglianza.
Il Pd, e l’intero centrosinistra, su questo versante si gioca una partita politicamente cruciale. Ma si è credibili e coerenti, questa volta più che mai, se accanto agli impegni programmatici ci saranno le riforme. Quelle vere, però. E non quelle che rinviino alla prossima legislatura. Ne va anche della “qualità” della nostra democrazia.





