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Parliamo meno di Imu e più di giustizia sociale
Cesare Damiano su Europa del 22/02/2013
Serve un intervento per ridare potere d’acquisto a lavoratori e pensionati, o sarà impossibile riprendere la via della crescita
Dal sindacato dei pensionati della Cgil, nei giorni scorsi, è venuta una denuncia che conferma quanto andiamo dicendo da tempo, inascoltati. In termini di potere d’acquisto, una pensione vale oggi un terzo in meno di quanto valeva alla fine degli anni novanta. Nello stesso arco di tempo (1996-2011) il valore di una pensione media è sceso del 5,1 per cento. Rispetto all’andamento dell’economia reale, un crollo vertiginoso. Mentre tasse e tariffe sono in crescita costante e, nel 2013, andranno a incidere in media, secondo il sindacato, per oltre duemila euro per ogni pensionato, il 20 per cento in più rispetto all’anno scorso. Questi dati, nella loro essenzialità, rappresentano una realtà drammatica. E sono destinati a peggiorare ulteriormente se non si interverrà subito.
Il blocco totale della rivalutazione annuale per gli assegni pensionistici superiori a tre volte il minimo, voluto dal ministro Fornero, toglierà mediamente a sei milioni di pensionati altri 1.135 euro in due anni (2012-2013) e colpirà anche coloro che, dopo 35-40 anni di lavoro manuale o come impiegati con qualifica medio-bassa, hanno una pensione netta di circa 1200 euro mensili.
Queste persone hanno perso circa 28 euro al mese nel 2012 e ne perderanno 60 nel 2013, mentre chi percepisce una rendita di 1.400 euro ha perso, l’anno scorso, 37 euro e ne perderà, quest’anno, 78. In pratica una sorta di “patrimoniale” a carico di quanti – i pensionati – hanno patito più di tutti il peso della crisi.
Se il centrosinistra, come mi auguro, andrà al governo, i primi provvedimenti che adotteremo dovranno affrontare questa situazione. Dovremo intervenire a favore di chi ha meno e di chi in questi anni ha subito i colpi più duri. E tra i primi provvedimenti va sicuramente annoverato lo sblocco immediato delle indicizzazioni delle pensioni superiori a tre volte il minimo. È una questione di giustizia, anzitutto, ma non solo. Senza un intervento strutturale volto a far recuperare potere d’acquisto ai lavoratori (attraverso il rinnovo alla scadenza naturale dei contratti di lavoro e la stipula di accordi di produttività) e ai pensionati, non sarà possibile far riprendere i consumi né dare impulso all’economia, cioè riprendere la via della crescita.
Gli altri interventi dovranno riguardare lo stanziamento di risorse per finanziare la cassa integrazione in deroga (la recente firma del ministro Fornero dei primi 13 accordi sugli ammortizzatori sociali in deroga per il 2013 è un fatto importante, ma non risolve completamente il problema, e, inoltre, per il 2012 sono stati fin qui stanziati 200 milioni di euro a fronte dei 380 necessari) e per ripristinare gli incentivi a favore delle imprese che intendono assumere lavoratori dalla mobilità. Andrà poi affrontato il problema dei cosiddetti esodati, alimentando il fondo che è stato costituito con la legge di Stabilità affinché nessuna delle persone rimaste senza occupazione rimanga anche senza reddito. E andrà presentato un piano straordinario per l’occupazione giovanile che abbia come strumento essenziale la diminuzione strutturale del costo del lavoro.
La chiave di volta, però, è la crescita. È su questo terreno che si giocherà la grande sfida dei prossimi anni. La crisi ci ha riportati indietro di un ventennio. I dati sull’occupazione, sui redditi da lavoro dipendente, sul Pil, sui consumi, sulla produzione, sulla cassa integrazione, sul debito, lo confermano. Ora deve cominciare la risalita. Senza sviluppo non si vince la battaglia per il lavoro, non si crea buona occupazione e anche i sacrifici affrontati per avviare il risanamento dei conti pubblici sono, alla lunga, destinati a risultare inutili. Lo stesso spread, precipitosamente e incomprensibilmente dimenticato in queste settimane, ai livelli attuali (circa 280-290 punti) ci costringe a pagare agli investitori circa il tre per cento in più di interessi rispetto alla Germania. Segno che per i mercati l’Italia, se non è più moribonda, è ancora seriamente malata.
Senza risorse, senza investimenti e senza rigore nei conti, lo sviluppo resta una chimera. Credo che almeno in questi ultimi giorni di campagna elettorale sia opportuno parlare un po’ meno di Imu, di Irap, di Iva e più di come riavviare la macchina dell’economia, di come reperire finanziamenti e capitali, di come ridare potere d’acquisto a lavoratori e pensionati, di come far tornare competitive le nostre industrie, come sta facendo il Partito democratico. È su questo terreno che si vince o si perde la partita. Mai come in questo momento il nostro futuro dipende dalle nostre scelte.





