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L’antiberlusconismo che blocca il Pd
Giorgio Merlo su Europa del 2/4/2013
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È inutile negarlo. Anche nel Pd c’è confusione su come uscire dalla intricata vicenda politica scaturita dal voto del 24-25 febbraio. Del resto non poteva essere altrimenti considerando che una situazione del genere non si era ancora mai verificata in Italia nel secondo dopoguerra.
In sintesi, c’è la curiosa posizione di coloro che sostengono che il Pd deve calibrare ogni sua mossa coinvolgendo sempre e comunque il movimento, sempre più politicamente eversivo, di Grillo e Casaleggio. Uno strano modo di ragionare se è vero, com’è vero, che tra gli obiettivi fondanti e qualificanti di quel movimento c’è anche la sistematica distruzione di tutti i partiti esistenti. In particolare del Pd. Ma costoro ritengono che da questa posizione non si possa derogare. è persino patetico leggere i commenti quotidiani di chi sostiene questa tesi all’interno del Pd. Non faccio i nomi perché sono sufficientemente noti al pubblico e, purtroppo, anche al Pd.
Poi ci sono coloro che partono da un assunto abbastanza semplice. Se fallisce Bersani, e purtroppo è finito così, non ci resta che il voto. A prescindere. Non si capisce bene, con questa proposta, con quale legge elettorale dovremmo andare al voto e, soprattutto, con quale candidato a premier e con quale coalizione. Presumo con il Porcellum e, forse, dopo aver nuovamente celebrato il rito salvifico e miracolistico delle primarie. Una tesi simpatica perché mentre il paese va a rotoli noi saremmo nuovamente impegnati a discutere per mesi di regolamenti, statuti, codicilli e, immancabilmente, di beghe interne, brogli e accuse reciproche. è facile immaginare quale sarebbe l’esito elettorale.
E poi c’è la terza posizione che, seppur a fatica e con molti mal di pancia, comincia lentamente a decollare nel partito. E cioè come riuscire a governare – seppur per poco tempo e con obiettivi ultra limitati prima di tornare alle urne – questo paese dopo il risultato del 24 febbraio con la presenza di tre minoranze parlamentari. E qui scoppia in tutta la sua fragorosa virulenza il più violento e barricadero antiberlusconismo. Altroché Santoro e Travaglio! Ormai sono dei dilettanti. Sentiamo giudizi sempre più simili a quelli espressi da Flores d’Arcais, da Fo – padre e figlio – da Ovadia e da tutta la compagnia che da venti anni predica l’eliminazione politica del leader del centrodestra.
Ora, per non finire anch’io sul patibolo, è scontato ricordare a noi stessi che l’antiberlusconismo è una delle ragioni d’essere di questo centrosinistra in questi ultimi quattro lustri della storia politica italiana. Piaccia o non piaccia è così. Nel bene e nel male. Ma nell’attuale fase politica il problema, a cui dobbiamo dare una risposta politica seria e convincente, non è quella di misurare ancora una volta il tasso di antiberlusconismo presente nel Pd e in ognuno di noi. Certo, quello era, è e resterà altissimo. Il nodo, semmai, è capire se vogliamo dar vita ad un governo – che nessuno a tutt’oggi immagina come e quando nascerà – oppure se vogliamo tutti insieme garantire la cronica ingovernabilità del nostro sistema e questo senza sminuire, o scalfire, minimamente il nostro antiberlusconismo militante e dogmatico.
Cosa farà il Partito democratico? è difficile dirlo oggi. Si tratta di capire quale linea politica prevarrà nelle prossime settimane e, soprattutto, quale sarà la prospettiva che si vuol dare a questo partito. E, nello specifico, non escludo che ci sia un confronto molto aspro e duro su questo versante. Del resto, un grande partito come il Pd regge e gioca un ruolo decisivo se ha un progetto definito e comprensibile da tutti i suoi elettori. Se si limita a raccogliere al proprio interno il tutto e il contrario di tutto è bene che il confronto vada sino in fondo a costo anche di registrare qualche frattura e procedere a qualche taglio. Per lo meno di fronte ai prossimi appuntamenti politici ed elettorali avremo una sola linea. Chiara e trasparente. Senza sotterfugi, contraddizioni e zone d’ombra.





