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Rossomando – Valente: «Difendiamo la nostra identità»
Anna Rossomando e Valeria Valente su L’Unità del 5/5/2013
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Molto è stato detto in questi giorni sull’anomalia e sull’eccezionalità di questo governo, sono state evocate, di volta in volta, le categorie della necessità, del buon senso, della «pacificazione». Crediamo invece che le «ragioni sociali» all’origine di questo esecutivo siano sostanzialmente due.
In primo luogo, la necessità di superare uno stallo politico che non sarebbe certamente risolto con nuove elezioni, qualora si tornasse a votare con l’attuale legge elettorale. In secondo luogo, l’urgenza di fornire al Paese alcune essenziali misure concrete in tema di economia, di lavoro, di stato sociale e garantire insieme il funzionamento pieno delle istituzioni democratiche, per dare risposte concrete a una crisi senza precedenti e ricucire così anche quel necessario rapporto di fiducia tra Stato e cittadino.
Per queste ragioni, la scelta di sostenere questo governo non può significare, dopo l’ esperienza del governo Monti, una nuova e ulteriore «sospensione della politica». Soprattutto, non può significare il sacrificio del nostro punto di vista sulle urgenze e la rinuncia al nostro quadro di riferimento di valori fondanti. È evidente che il punto di incontro tra le diverse culture politiche rappresentate nell’esecutivo dovrà essere ricercato innanzitutto in Parlamento, puntando a una mediazione che sia la più alta possibile nell’esclusivo interesse del Paese.
Ed è altrettanto evidente che la mediazione deve esercitarsi sui provvedimenti e che non ha niente a che vedere con la categoria della «pacificazione generale». Perché, sia chiaro, le differenze sostanziali che ci rendono alternativi alla destra e al berlusconismo non si sciolgono nella grande coalizione. Esistono oggi, esisteranno in questo tornante politico ed esisteranno dopo.
Stare dentro questa strana maggioranza è per noi un passaggio difficile, certo impensabile prima delle elezioni. Ma è un passaggio che seppur insidioso e stretto può essere superato in maniera utile ed efficace ancorandoci come Partito Democratico ad una più forte e rinnovata identità. Una identità da non vivere come categoria consolatoria nello smarrimento e neppure come il richiamo ideale a valori astratti, seppure nobilissimi.
La nostra identità oggi si ridefinisce in rapporto all’analisi della crisi sociale, economica ed etica in cui versano l’Occidente, l’Europa e più in particolare l’Italia. Ed emerge da una lettura non neutrale delle cause della recessione in atto (la condivisione della quale non è scontata nello stesso Pd) e dalle risposte a come uscire da questa crisi. Occorre far crescere la domanda interna e l’economia reale, puntando sulla redistribuzione del reddito non solo come elemento di giustizia sociale, ma anche come motore dello sviluppo.
Certo, si dovrà ripartire da un nuovo patto sociale, avendo la capacità di ridefinire le categorie e le alleanze tra i soggetti economici e sociali. È in questo quadro che il Pd, magari utilizzando più e meglio di quanto fatto finora lo sguardo e la lettura delle donne, deve comprendere i nuovi bisogni dei cittadini e saper rispondere alle nuove disuguaglianze avendo come obiettivo lo «spostamento profondo dei poteri e delle culture dominanti e una forte redistribuzione della ricchezza». Il lavoro come fondamento della cittadinanza e il contrasto alle disuguaglianze, insieme alla tutela dei nuovi diritti devono essere tra i tratti distintivi della strategia della sinistra del terzo millennio.
Crediamo sia giunto il momento per una proposta politica chiara e radicalmente riformista che interpreti i bisogni reali della società in cui operiamo e viviamo. Su questi argomenti il Pd dovrà confrontarsi nel prossimo congresso.





