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Il voto delle città e l’identità riformista del Pd

Giorgio Merlo su L’Unità del 1/6/2013

L’esito delle recenti elezioni amministrative, seppur parziali, consegna una quadro politico molto diverso rispetto alla consultazione politica del 24-25 febbraio. Mai era accaduto, sino ad ora, che una “rivoluzione” politica come quella del movimento 5 stelle culminata con un voto così massiccio in una consultazione politica generale si ridimensionasse nell’arco non di pochi anni ma di appena 2 mesi.

Ora, è ovvio che non si può trarre un giudizio definitivo da questo voto amministrativo ma è altrettanto ovvio che la tanto sbandierata “rivoluzione” annunciata da Grillo e sostenuta da uno stuolo mediatico e televisivo consistente ha già registrato una pesantissima battuta di arresto. Alla luce di questo risultato, credo che siano sostanzialmente 2 le riflessioni a cui adesso il Pd deve prestare attenzione. E cioè, il profilo politico del partito e la strategia delle alleanze in vista delle prossime consultazioni. Perché, comunque sia, è indubbio che l’alleanza con Berlusconi non può essere l’obiettivo strategico e finale del Partito democratico.

Il profilo politico del Pd, dunque. Anche da questa consultazione, seppur parziale, emerge che il Pd è percepito come un partito con una forte cultura di governo. Cioè un partito di governo. E questo sia perché conta una valida e radicata classe dirigente del partito a livello locale e sia perché è percepito da molti elettori – al di là che lo votino o meno – come un partito che rifugge dall’estremismo, dal massimalismo e dalla demagogia a basso costo. Partito di governo si concilia con il profilo riformista che il Pd si è dato sin dall’inizio della sua presenza nello scenario politico italiano. Non a caso, la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Pd, sostenuta dalla segreteria Veltroni e accompagnata da un ragguardevole e significativo consenso elettorale, conteneva quell’ambizione: e cioè, dispiegare un progetto politico democratico e riformista capace di parlare a tutti gli italiani senza ritagliarsi uno spazio angusto e circoscritto. Frutto, quello sì, di una concezione ideologica e circoscritta della politica. E dispiegare una cultura di governo significa anche respingere tutte quelle tentazioni “grilline” che qua e là nel partito cominciavano a farsi largo dopo il voto del 24 febbraio. Certo, avere quella identità significa anche assumersi responsabilità che a volte possono essere incomprensibili o difficili da spiegare alla pubblica opinione. Come, appunto, le cosiddette “grandi intese” o il “governo di servizio” come è stato definito da Enrico Letta. Ma è proprio in questa specificità che risiede il cuore della presenza politica del Partito democratico. E il voto di domenica scorsa lo conferma in modo persin plateale.

In secondo luogo le alleanze. Al di là del sistema elettorale che di volta in volta viene individuato, è persin ovvio ricordare che in Italia la politica, da sempre, significa politica delle alleanze. Cioè capacità di costruire alleanze attorno ad un progetto politico e di governo. Ma anche sulle alleanze il Pd non può rinnegare la sua identità politica e culturale. A partire, appunto, dai compagni di viaggio. Certo, abbiamo pagato lo sbandamento politico pauroso sull’elezione del Presidente della Repubblica. Causa, soprattutto, l’esercito di franchi tiratori presenti nel gruppo parlamentare del Pd e frutto di quelle singolari primarie di Natale e Capodanno che hanno contribuito a formare una squadra altamente disomogenea e variegata. Ma, al di là di quel pesante infortunio, è chiaro che il Pd può solo dar vita a coalizioni e alleanze di centro sinistra, di chiara impronta riformista e ispirate da programmi che non subiscano condizionamenti massimalisti e demagogici. E il Pd non può che essere il perno di un’alleanza del genere che fa della cifra di governo il suo cuore pulsante. Certo, il tutto può essere in palese contraddizione con l’attuale fase politica nazionale. Ma è altrettanto ovvio che l’attuale governo copre una fase transitoria della politica italiana e non potrà replicarsi in condizioni normali e fisiologiche. Ma nel campo del centro sinistra, comunque sia, non potranno trovare spazio e ruolo forze politiche e movimenti che fanno dell’estremismo e della demagogia la loro cifra politica. Pena offuscare lo stesso profilo di governo del Partito democratico.

Ecco perché anche da questa parziale consultazione amministrativa arriva una indicazione tutt’altro che irrilevante ai fini della strategia politica ed elettorale del Pd. Una indicazione che conferma la vocazione originaria del Pd, cioè un partito riformista, democratico, popolare, profondamente radicato nella società italiana e con una classe dirigente fortemente qualificata. Un patrimonio che non si può disperdere per un piatto di lenticchie o per rincorrere il Grillo di turno.