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Il Pd si chieda come può essere più utile al Paese

Anna Rossomando e Valeria Valente su L’Unità del 31/8/2013

La lunghissima transizione tra la seconda e la terza Repubblica porta con sé la più grande crisi di legittimità e di fiducia che le istituzioni repubblicane e le loro articolazioni abbiano mai attraversato. Per ricucire questo strappo la politica deve tornare ad essere utile e ad essere avvertita come tale. Oggi, nella migliore delle ipotesi, la politica appare come qualcosa di inutile o comunque di irrilevante per la vita delle persone, specie se messa a confronto coi poteri e le tecnocrazie che pur apparendo oscuri e lontani si rivelano infine decisivi per cambiare il corso degli eventi.


Certo, esistono condizioni oggettive che nel tempo hanno ridotto e limitato gli spazi della politica.
La scarsità delle risorse finanziarie, per cui le strade sembrano obbligate e ogni ragionamento su politiche economiche non orientate al risparmio appare utopistico; la globalizzazione inarrestabile, che pare proporre come passaggio ineludibile della “modernità” la messa in discussione di diritti e tutele in nome della competitività e infine la crisi dello Stato-Nazione di fronte alla quale la stessa sovranità nazionale è in crisi e i singoli stati non riescono a dominare i processi che nascono e evolvono al di là dei loro confini.
Da questa consapevolezza dobbiamo partire per cambiare direzione di marcia.
Decidere di competere non impone la scelta di un modello produttivo orientato alla sola quantità del prodotto. È possibile scegliere modelli diversi, che attraverso investimenti pubblici siano in grado di rimettere al centro le persone e le risorse dei territori, innovando su come e cosa produrre. È vero che la necessità di contenere i costi impone alla spesa pubblica spazi ristretti di manovra, ma non è indifferente dove quella spesa è impiegata e come viene modulata. Al riguardo, decisiva sarebbe la riconquista, in sede europea, di spazi più ampi per la politica. È a Bruxelles, infatti, che bisogna giocare l’importante partita non solo economica, ma anche e soprattutto politica per cambiare l’impostazione “rigorista” seguita fin qui.
In Europa come in Italia, dunque, gli spazi esistono: nessuna strada è obbligata e nessun destino è già segnato. È questa la sfida che hanno davanti il sistema politico italiano e in particolar modo il Pd.
In questo quadro la sentenza Mediaset, con tutto ciò che è seguito nel recente dibattito pubblico.
Si discute e si propone come dirimente la categoria dell’“agibilità politica” in contrapposizione a quella del “primato della legalità”. Non bisogna cadere nell’equivoco di una suggestiva questione di “primato della politica” con una mal celata contestazione del fondamento delle democrazie liberali, ovvero la separazione tra i poteri dello Stato. La cosiddetta “agibilità politica” del Capo quando invoca l’investitura del voto popolare per chiamarsi fuori dall’applicazione delle leggi è disconoscimento dello Stato di diritto, e del campo stesso in cui si svolge l’azione politica e la rappresentanza nelle moderne democrazie liberali, che sono in antitesi con gli stati totalitari.
Altro è un rinnovato “primato della politica”: è quello della ritrovata speranza di cambiamento delle condizioni materiali e morali delle persone, respingendo l’idea che disuguaglianze e ingiustizie dettate da un mercato senza regole siano una sorta di legge di natura.
Per l’attuazione di questo progetto politico deve essere utile il Pd.
Perciò dovremo cogliere appieno e con coraggio l’occasione del congresso. L’alternativa è tra due modelli di partito tra i quali oscilliamo senza aver mai fatto una scelta chiara: quello erede del Lingotto, che ruotando attorno alla figura del leader-candidato premier guarda più alla funzione di governo che a quella di rappresentanza politica, e il modello partito più identitario, con un profilo più netto sulle questioni di fondo, il quale, non esaurendo la propria funzione principalmente nei ruoli di governo, è ancorato più ai contenuti e alla difesa degli interessi di chi rappresenta che alla figura del leader, puntando alle alleanze sui programmi per trovare le maggiori convergenze possibili.
Uscire da questa ambiguità deve essere una priorità anche per affrontare in maniera più efficace e produttiva la discussione su legge elettorale e riforme istituzionali.
Questo servirà anzitutto per contribuire a delineare un quadro politico nazionale più chiaro e definito, ma anche a fornire al Pd gli strumenti utili per attraversare meglio la fase contingente del sostegno al governo Letta.
Governo che continuiamo a considerare necessario per aiutare il Paese a uscire dal pantano. Ricordando però che non si deve governare a tutti i costi. Dei limiti esistono, e soltanto un partito forte e radicato, che sappia cosa vuole e chi vuole rappresentare, può indicare quelli invalicabili, nell’interesse proprio e soprattutto  del Paese.

Essere “di parte” non vuol dire non essere “di governo”. È su una scelta di campo che occorre far leva per poter guidare un nuovo “New Deal”, per una cittadinanza fondata sul lavoro di tutti e sulla sua dignità, sui diritti come parte fondante del progresso e della modernità.