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Rai, ma la destra che cosa vuole davvero?
Giorgio Merlo su L’Unità del 18 ottobre 2013
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E’ di nuovo partita l’offensiva della destra contro la Rai, la sua dirigenza, la sua produzione, i sui compensi, il suo profilo e la sua imparzialità.. Ovviamente non è in discussione la libertà di farlo da parte della destra. Ci mancherebbe altro. Quello che è in discussione è che, periodicamente, si scatena un pandemonio che ha come unico obiettivo la sostanziale delegittimazione del ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo.
E l`assalto guidato da Brunetta e soci da alcune settimane mira direttamente, e senza tanti complimenti, a quell`obiettivo. I temi dell`attacco sono i più disparati. Dai compensi milionari a diversi conduttori e uomini e donne dello spettacolo e non – che sarebbe opportuno, tra l`altro, si astenessero da distribuire pagelle moralistiche a destra e manca durante le loro trasmissioni – al minutaggio dell`informazione, dall`elenco dei professionisti «sgraditi» alle trasmissioni che dovrebbero essere censite, alla stessa correttezza dell`informazione regionale.
Insomma, un attacco ad alzo zero che rischia di indebolire l`immagine e la stessa «mission» del servizio pubblico radiotelevisivo. Brunetta e soci, da tempo, hanno deciso di sferrare questo attacco diretto a viale Mazzini che può avere effetti pesanti ed imprevedibili. Ora, non è ben chiaro se il tutto si limita a stilare una semplice «lista di proscrizione» dove si fa l`elenco di tutti i personaggi «sgraditi» alla destra oppure se si vuole mettere in discussione la stessa centralità del servizio pubblico nel nostro Paese.
Perché delle due l`una. O il problema è solo, e sempre, riconducibile a tacitare le voci che danno fastidio oppure il disegno è più complessivo e investe non il singolo caso che viene denunciato ma l`intera architettura della Rai. Perché se è vera la seconda ipotesi si tratta di capire come si può e si deve difendere, e innovare, il servizio pubblico. Una cosa è certa: senza servizio pubblico, o con un servizio pubblico ridimensionato, l`informazione sarebbe più povera e il pluralismo sarebbe più a rischio.
Su questo versante non c`è riforma della governante che tenga né polemica politica quotidiana che possa far breccia. Tutti sappiamo che serve trasparenza nei contratti, rispetto dei criteri e dei principi che presiedono al servizio pubblico, bandire la faziosità e il settarismo che nel passato hanno avuto il sopravvento a più riprese e, soprattutto, un`informazione né militante e né di parte. Ma l`attacco sistematico e continuativo della destra di questi mesi coltiva un altro obiettivo, forse più radicale e meno legato alle singole questioni.
Compito delle forze democratiche, dei movimenti della società civile, delle associazioni di telespettatori che si sono costituite in questi anni e di tutti coloro che continuano a credere in un servizio pubblico pagato dal canone e sostenuto dagli introiti pubblicitari, è oggi quello di arginare e di respingere questo attacco violento e sistematico. Un servizio pubblico che va certamente rivisto e riformato.
A partire anche dalla catena di comando, la cosiddetta «governante» aziendale, sganciata dalla politica e meno condizionata dai partiti. Un compito che tocca al Parlamento e che, è inutile nasconderlo, sarà difficile declinarlo con questa maggioranza di governo e con questa strana alleanza politica. Ma per il momento il compito principale, ed immediato, è quello di varare un «contratto di servizio» che garantisca e rafforzi il servizio pubblico radiotelevisivo nel nostro Paese.
Tutto il resto, polemiche di Brunetta & co. incluse, sono di secondaria importanza. Anche se non vanno sottovalutate. E questo per una semplice ragione. Perché con una Rai indebolita e bloccata, a pagarla sarebbe solo la libertà di informazione, la garanzia del pluralismo e la stessa «qualità» della nostra democrazia.





