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Renzi sull’articolo 18 è vecchio. Non si creano posti di lavoro liberalizzando i licenziamenti
Intervista a Cesare Damiano su ItaliaOggi del 19/12/2013 – di Alessandra Ricciardi
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Articolo 18 sì, articolo 18 no. Si riaffaccia il dibattito sulla riforma dei licenziamenti. Cavallo di battaglia dell’ex ministro del lavoro del governo Monti, Elsa Fornero, costretta poi a modificare sostanzialmente la proposta sotto le pressioni del Pd e le opposizioni sindacali, questa volta a rilanciare è la segreteria di Matteo Renzi.
Obiettivo: combattere il precariato dei giovani con un contratto a tempo indeterminato senza le tutele dell’articolo 18 dello statuto (reintegro o indennizzo in caso di licenziamento illegittimo). «Un’idea vecchia, che non serve a creare più lavoro», tuona Cesare Damiano, pd, ex ministro del lavoro del governo Prodi, oggi presidente della commissione lavoro della camera, un passato da sindacalista di peso (ai vertici dei metalmeccanici della Cgil).
Domanda. Scelta civica è pronta ad appoggiare la riforma dell’articolo 18. E non è difficile trovare consensi anche nel centrodestra…
Risposta. Io non sono d’accordo, ritengo che si tratti di una proposta vecchia, che non può funzionare. Pensare che rendendo liberi i licenziamenti, con la cancellazione dell’articolo 18, si favorisca l’occupazione è totalmente privo di fondamento.
D. Perché?
R. L’occupazione cresce se il paese si sviluppa e le imprese producono e vendono. Le previsioni del ministro Fabrizio Saccomanni per il prossimo anno parlano di una crescita moderata con aumento della disoccupazione. Se Renzi avanza questa proposta sull’articolo 18, l’unico risultato sarà togliere diritti ai giovani. Consolidando due mercati del lavoro, quello protetto dall’articolo 18 per chi è già assunto e un mercato senza protezione con il licenziamento per i neoassunti.
D. Le imprese però accusano che oggi il sistema è troppo rigido.
R. Ricordo che solo un anno fa abbiamo trovato sull’articolo 18 un compromesso con l’adozione del modello tedesco: consente al giudice, in caso di licenziamento senza giusta causa, di decidere tra il risarcimento o la reintegrazione sul posto di lavoro. Ora è assurdo che si continui a dire che bisogna superare la differenza tra garantiti e non garantiti togliendo garanzie invece di darle a chi non le ha.
D. Però in altri paesi c’è più lavoro eppure licenziare è più facile.
R. Nei paesi dove è più facile licenziare scattano tutele sociali che da noi non esistono e misure di accompagnamento al reimpiego estremamente efficaci. Tant’è che la garanzia giovani in stile europeo prevede al massimo un intervallo di 4 mesi tra la perdita del lavoro e l’acquisizione del nuovo.
D. Questo vuol dire che non si deve riformare nulla?
R. Io sostengo un progetto diverso per i giovani, il contratto unico di inserimento formativo. La proposta è stata sottoscritta come partito democratico nella passata legislatura ed è stata ripresentata nell’attuale. Prima firmataria è Marianna Madia.
D. E come agevola l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro?
R. Dopo un congruo periodo di prova e di formazione, che può durare anche alcuni anni, se l’esito è positivo, si passa a un contratto a tempo indeterminato con le garanzie dell’articolo 18. Una volta assunti, i giovani devono conquistare una piena cittadinanza attiva, il che significa poter chiedere un mutuo per la casa, avere un prestito per la macchina, in autonomia, senza dover ricorrere ai genitori.





