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Difendere la Costituzione, proteggere i cittadini: ecco perché il 22 e 23 marzo è importante votare NO

Il prossimo referendum costituzionale non ci troveremo di fronte a una semplice scelta di natura tecnica. La riforma proposta dal governo Meloni modifica ben sette articoli della Costituzione, alterando, così, aspetti fondamentali delle nostre istituzioni democratiche. In gioco non c’è la “separazione delle carriere”, ma il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato. Sostengo con convinzione il NO perché questa riforma, non solo non risolve nessuno dei tanti problemi che affliggono la giustizia italiana, come gli stessi proponenti ammettono, ma rappresenta un tentativo di indebolire la magistratura a favore di un potere esecutivo che mal tollera l’esistenza di limiti al proprio agire.

Una riforma imposta dal governo e non condivisa

Il metodo con cui è stata portata avanti questa proposta è uno dei motivi principali per votare NO. La Costituzione è un bene comune, appartiene a tutti, non alla maggioranza del momento. I padri e le madri costituenti scrissero le regole insieme, pur partendo da posizioni diverse. Non a caso l’articolo 138 prevede 4 passaggi, il voto della maggioranza assoluta nella seconda votazione per ogni Camera e i due terzi per evitare il referendum. Il messaggio è chiaro: serve condivisione per modificare la Carta. Questa riforma, invece, è stata approvata dal Parlamento, con i soli voti della maggioranza di governo, senza che nei quattro passaggi previsti fosse modificata una sola virgola rispetto al testo approvato dal Governo: un’umiliazione per il potere legislativo. È la prima volta nella storia repubblicana che accade. Possiamo accettare che chi guida il Governo riscriva da solo le regole del gioco? Credo sia un grave errore. Accettarlo oggi significa accettare questo metodo anche per il futuro.

Il contesto

Il diritto non è una scienza astratta: è figlio del tempo in cui prende forma. Questa riforma nasce in un contesto specifico. Quale? Ovunque nel mondo assistiamo a una tendenza che vede “l’esecutivo” espandersi a scapito degli altri poteri. Chi vince le elezioni pretende di decidere tutto e mal tollera i limiti e controlli da qualunque parte arrivino: giornalisti, parlamenti o giudici. Ma è proprio la presenza di reali limiti e contrappesi uno degli elementi distintivi delle democrazie mature: sono i regimi o le democrature a essere caratterizzate da un “eccesso” di potere esecutivo.

Il secondo elemento di contesto è specificamente italiano. Di fronte alla domanda, fatta in Parlamento, sul perché la maggioranza non accettasse di aprire una discussione vera sulla riforma, il ministro Nordio ha risposto che il Governo aveva necessità di fare in fretta perché intenzionato a procedere velocemente con la riforma del cosiddetto “premierato” che prevederà l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, oggi nominato, su indicazioni delle forze politiche, dal Presidente della Repubblica. Non entro ora nel merito di questa proposta, ma si tratta di un elemento importante per comprendere qual è la vera finalità di chi governa oggi in Italia: rafforzare ed espandere il potere esecutivo a scapito degli altri.

Lo schema di fondo del leader populista moderno, che mette insieme le destre di tutto il mondo è stato descritto bene da Antonio Scurati e si potrebbe sintetizzare così:

Io sono il popolo, il popolo sono io. Chi non è con me è contro di me.

Il Parlamento è inutile e fa perdere tempo.

Occorre appellarsi alla paura, mai alla speranza.

Meglio se si commuta la paura in odio.

Occorre semplificare  la complessità della vita. Tutto è riconducibile a un unico problema: il nemico. E’ sufficiente odiarlo lo straniero (o il dissidente politico).

Non si sta muovendo secondo questo schema anche Trump negli USA, ad esempio?

La nostra Costituzione nasce con tanti contrappesi, con la finalità di evitare la concentrazione del potere nelle mani di uno o di pochi, proprio perché fu scritta da chi sapeva quanto fossero importanti, soprattutto dopo i drammi provocati dalle dittature in Europa e in Italia.

Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, del ministro Nordio in testa, e i post sui social di Fratelli d’Italia sono chiarissimi: l’obiettivo non è quello di portare avanti una riforma di merito che migliori l’efficienza della giustizia,  ma delegittimare un’intera categoria, quella dei giudici, dipingendoli come contrari alla sicurezza del popolo italiano ogni volta che una sentenza non aggrada Palazzo Chigi, con esempi che riguardano sempre i migranti o i dissidenti politici.

La legalità e la sicurezza sono priorità irrinunciabili, obiettivi condivisi a cui non possiamo, però, sacrificare diritti, libertà e principi costituzionali.

I problemi di merito

Oltre alle motivazioni politiche, ci sono diverse criticità di merito.

Lo sdoppiamento del CSM, con la creazione di un organismo composto da soli pubblici ministeri, allontana questi ultimi dalla cultura della giurisdizione e li spinge, di fatto, verso una condizione di “avvocati dell’accusa”. Davvero questo dovrebbe garantire di più il cittadino? Oggi i dati (CEPEJ-STAT) ci dicono che l’Italia è uno dei paesi con il più alto livello di assoluzioni. Sicuramente, per tutti coloro che si definiscono garantisti, questa è una buona notizia. Ma certamente questo dato smentisce chi sostiene che oggi il giudice sarebbe “schiacciato” sulle posizioni del PM perché appartengono alla stessa carriera. Se fosse così non dovrebbe forse dargli più spesso ragione? Ma soprattutto, se fosse vera la tesi di chi ritiene che in assenza di una separazione totale non ci sarebbe garanzia per il cittadino, allora dovremmo forse separare anche i giudici di primo grado da quelli del secondo e terzo grado di giudizio?

Teniamo presente, inoltre, che la separazione delle funzioni esiste già. Con la riforma Cartabia del 2022 il passaggio tra le funzioni è possibile una sola volta in tutta la carriera e chi la compie deve cambiare regione. Da quando è entrata in vigore meno dell’1% ha esercitato questa opzione. Di fatto le carriere viaggiano già su binari paralleli. Si poteva inasprire ancora di più questo aspetto con legge ordinaria senza creare un secondo CSM.

La duplicazione del secondo CSM, invece, si porta dietro potenziali rischi che non possono essere sottovalutati:  i pm, infatti,  si governeranno e decideranno delle proprie carriere da soli; avranno concorsi e percorsi di formazione separati, concentrati solo sul ruolo legato all’accusa e non alla cultura della giurisdizione; potranno decidere discrezionalmente quali processi avviare e quali tenere nell’armadio. La riforma rischia di creare un corpo molto potente con alle dipendenze la polizia giudiziaria e un potenziale uso della cronaca giudiziaria.

Una critica a questa argomentazione è: questo non c’è scritto nella riforma. E’ vero, ma è anche vero che i sostenitori del Sì citano spesso gli altri paesi europei come esempi in cui la separazione esiste già e in cui la democrazia funziona. Ora, al di  là del fatto che i sistemi non possono essere comparati analizzando singoli aspetti, è giusto sapere che dove esiste la separazione delle carriere il PM risponde alle direttive del governo o è addirittura un funzionario del ministero.

In un quadro come questo vanno inserite le dichiarazioni di autorevoli esponenti politici del governo, come ad esempio il vice-premier Tajani, il quale ha dichiarato che in futuro occorre valutare di togliere ai PM il coordinamento delle indagini di polizia. Attenzione perché questo, a proposito di garanzie, non è una cosa da poco. Oggi un carabiniere o poliziotto che indaga in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria è tenuto a riferire solo al PM. Se dovesse passare la linea Tajani, invece, dovrebbe riferire ai suoi superiori e, quindi, al governo. A me non sembra più tutelante per i cittadini uno scenario di questo tipo. Non possiamo cancellare la storia d’Italia e dimenticare stragi di Stato, mafiose, segreti inviolabili, massonerie deviate, e molto altro ancora. Il coordinamento delle indagini sotto lo stretto controllo della magistratura, ad oggi, è stata fonte di garanzia per i cittadini. Solo per fare un esempio della storia recente: che cosa ne sarebbe stato delle indagini sul G8 di Genova?

C’è il tema dei costi, che non vanno demonizzati se rappresentano investimenti o spese volti a risolvere dei problemi, ma non è il caso di questa riforma che, con lo sdoppiamento del CSM e la creazione dell’Alta Corte Disciplinare, costerà diversi milioni di euro in più senza benefici per i cittadini e senza velocizzare un solo processo.

Ma arriviamo al punto che, dal mio punto di vista, è il perno della riforma: il sorteggio per i membri togati del CSM. Come funziona oggi? Su 33 membri 3 sono di diritto e 30 eletti. Due terzi sono eletti dai magistrati in servizio mentre un terzo, i “membri laici”, sono eletti dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori universitari o avvocati con almeno 15 anni di esperienza. La riforma prevede che i membri togati siano sorteggiati tra tutti i magistrati in servizio, mentre quelli laici, sorteggiati da una lista votata dal Parlamento.

Chi propone la riforma dice che questo è l’unico modo per “spezzare” il potere delle correnti che, soprattutto con lo scandalo Palamara, hanno tentato di condizionare molto le nomine e i trasferimenti. Ma è un principio che non funziona per tanti motivi. Di fronte a degenerazioni o a scandali è giusto intervenire. Ma è il sorteggio la soluzione? Domani di fronte a uno scandalo che dovesse coinvolgere un consiglio comunale diremo che la soluzione è il sorteggio dei consiglieri? O dei parlamentari?

Sorteggiare i membri del CSM significa negare il valore dell’organizzazione e della rappresentanza in democrazia e lasciare il magistrato solo. Un giudice meno organizzato o con un’organizzazione più debole alle spalle è un giudice più facile da intimidire e da esporre alla gogna mediatica. Quando si passa da una collaborazione istituzionale tra i poteri di uno Stato allo scontro, come quello attualmente in corso, questo è un elemento importantissimo.

Significa che va bene la degenerazione del sistema correntizio? No, ma dobbiamo stare attenti: solo il 23% degli iscritti all’Associazione Nazionale Magistrati è iscritto anche a una corrente. Inoltre, al di là degli scandali recenti, le correnti hanno anche avuto un ruolo positivo nella storia della magistratura italiana, garantendo il pluralismo culturale e la diffusione di idee democratiche. Per evitare storture sui meccanismi elettorali del CSM non è necessaria una riforma costituzionale, ma è sufficiente intervenire con legge ordinaria.

C’è poi il tema dell’Alta Corte Disciplinare. Oggi è il CSM a occuparsi dei provvedimenti disciplinari per i magistrati. Uno degli argomenti più forti dei sostenitori del SÌ è proprio su questo tema: i magistrati non risponderebbero dei loro errori e i colleghi tendono a non applicare sanzioni serie. Personalmente non lo ritengo un argomento tabù ed è corretto affrontarlo. Ma la soluzione disegnata in questa riforma ha troppi limiti ed evidenzia un carattere punitivo e di controllo di una categoria. Pur prevedendo una maggioranza di membri togati, ad esempio, non sono previste garanzie sul fatto che il collegio giudicante sia composto in maggioranza da giudici. Con legge ordinaria, per come è scritto oggi l’articolo, si potrebbe anche arrivare ad avere un collegio con maggioranza di membri laici, dando così alla politica il potere di giudicare i magistrati. Se a questo elemento si aggiunge che l’eventuale appello di fronte a una prima sentenza di condanna potrebbe essere presentato sempre di fronte alla medesima Alta Corte, si capisce l’intento punitivo. Se dovesse passare la proposta tutti i cittadini avrebbero diritto a un un organo diverso tra il primo e il secondo grado, ad eccezione dei magistrati, che non potrebbero nemmeno rivolgersi alla Cassazione.

Conclusione

Questa riforma non assume personale, non accorcia i tempi dei processi, non aiuta i cittadini. Serve solo a dire: “Abbiamo vinto noi, i giudici devono allinearsi”. Non è una riforma della giustizia, ma una riforma della magistratura e, in alcuni passaggi, contro la magistratura. Votare NO significa difendere l’equilibrio dei poteri sancito dai padri costituenti e lo spirito dell’articolo 101 della Costituzione: “la giustizia è amministrata in nome del popolo e i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, non alle indicazioni del Governo di turno.