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Pci e riflesso identitario
Roberto della Seta su Europa del 5/12/2012
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La polemica sulle regole che ha accompagnato buona parte della campagna per le primarie non va banalizzata. Certo, essa rispondeva in primo luogo a logiche strumentali, nasceva dalla convinzione condivisa da entrambi i “fronti” – per i renziani una speranza, per i bersaniani una minaccia – che più si allargava il cerchio dei partecipanti e maggiori erano le chance di vittoria di Matteo Renzi. Ma accanto a questa prima lettura, ce n’è un’altra meno evidente e forse più interessante.
Lo scontro sui “titoli” necessari per essere ammessi al voto e sul rischio di “infiltrazioni” di elettori non di centrosinistra, ha fatto riemergere, ancora prevalente nella parte più politicizzata dell’elettorato progressista, l’idea di una sinistra identitaria, cui si appartiene per una scelta di vita, quasi antropologica. Idea che riguarda una minoranza di italiani, quelli che ad ogni elezione non si chiedono per chi votare dato che lo sanno già, per principio.
Idea, oggi, quanto mai malata. Perché il contenuto di questa identità di cui ci si sente depositari non è più in una certa visione del mondo, in una “ideologia”, morte e sepolte: no, è in un’appartenenza apodittica, nella presunzione di essere diversi e migliori rispetto a tutti gli altri italiani (presunzione che come ha spiegato in un suo libro Luca Ricolfi ci rende tendenzialmente antipatici).
Dietro la preoccupazione comune a molti dirigenti del Pci (bisogna dirlo, meno a Bersani) di limitare, circoscrivere il perimetro dei votanti alle primarie, vi era anche e molto questo riflesso identitario. Esso riguarda in primo luogo coloro che vengono da una militanza nel Pci, ma non solo loro: basti pensare a una ex-democristiana “doc” come Rosy Bindi, oppure a tanti giovani che hanno votato Vendola e che il Pci non l’hanno mai conosciuto.
È anche per questa ossessione identitaria se la sinistra italiana non è mai diventata maggioranza. E oggi che rispetto al passato la società civile è molto più “laica” e secolarizzata, oggi che in particolare i ragazzi e i più giovani giocano altrove, non certo nella politica, il loro bisogno di identità, cambiare strada per i progressisti è un assoluto imperativo. Alla sinistra italiana servono più valori – valori culturali nei programmi e nelle politiche, valori etici nei comportamenti – e serve invece rinunciare alla sua antica ossessione identitaria (che spesso proprio i valori ha messo in ombra).
Gli italiani vanno convinti a votare per noi per le cose che proponiamo e per quelle che abbiamo fatto, senza limitare lo sguardo e il messaggio a quanti immaginiamo appartenenti alla nostra stessa “tribù”. Renzi l’ha capito meglio di tutti, ma spesso i grandi rivolgimenti riesce a condurli in porto chi proviene da quella stessa storia che va capovolta: un compito in più, e non dei più agevoli, sulle spalle di Pier Luigi Bersani.





