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Tempistica impossibile, stavolta non mi candido

Mario Barbi su Europa del 18/12/2012

Una battaglia vinta. Osservo con piacere che le idee di democrazia per cui mi sono impegnato in questi anni stanno avendo un certo successo nel Partito democratico e nel centrosinistra: prima le primarie di coalizione per la candidatura a premier e ora quelle per la scelta dei parlamentari. Di questo successo non sarò io a raccogliere i frutti.


Anzi, personalmente sarò “vittima” di una vittoria di cui pure mi sento partecipe e co-artefice. Ho infatti condotto la mia battaglia contro-corrente esprimendo opinioni eccentriche e dissenzienti, non solo sul modello di democrazia e sulla forma-partito di cui l’Italia avrebbe bisogno ma anche su molte scelte politiche e strategiche del gruppo dirigente del Pd, pagandone un prezzo in termini di solitudine e di indifferenza.
Non dispongo quindi di quella rete di simpatie di apparato e di relazioni di partito che costituiscono i pre-requisiti – firme di iscritti e preferenze territoriali – per concorrere alle primarie dei parlamentari. E quindi non mi candiderò. L’orgoglio di un nominato.
La mancanza di radicamento territoriale non mi fa tuttavia vergognare né mi fa avvertire il bisogno di un “riscatto” per essere stato messo in lista nel 2006 e nel 2008 su designazione dell’allora leader dell’Unione e poi presidente del consiglio ed essere stato così eletto in parlamento ed esservi stato per sette anni. Io mi ritengo eletto e sono sempre stato orgoglioso di essere un rappresentante del popolo italiano, nonostante l’elezione sia avvenuta con il Porcellum e quindi con i vizi e i guasti che quella legge ha prodotto nella rappresentanza, guasti che tutti noi del Pd abbiamo denunciato e che non tutti abbiamo cercato di cambiare con la stessa determinazione e lucidità (ricordo il referendum per ritornare al Mattarellum di cui sono stato promotore e tesoriere).
Non mi sono mai vergognato della mia condizione di “nominato” perché si può essere candidati per il radicamento, come espressione di un territorio, o per un ruolo nazionale. Fui candidato per il ruolo nazionale che avevo nel 2006 e nel 2008: un ruolo di cui fui e di cui resto fiero e che mi vide dapprima collaborare in posizione di qualche rilievo con il candidato premier nella campagna elettorale del 2005 e 2006 e quindi partecipare, già parlamentare, grazie alla fiducia accordatami dal capo della coalizione e presidente del consiglio, come uno dei coordinatori al processo costituente che portò nell’ottobre del 2007 alla fondazione del Pd.
Fu per passione politica e mosso dal desiderio di contribuire a un ambizioso progetto di cambiamento del paese che nei primi mesi del 2005 lasciai il lavoro che avevo (importante e ben pagato) e mi gettai a capofitto nell’impresa. Fui poi candidato in Piemonte 2 sia nel 2006 che nel 2008 e pur non essendomi trasferito là stabilmente, con quel territorio ho sempre cercato di tenere un rapporto e di dare un contributo politico al dibattito del Pd di quella regione. Se ci sia riuscito non sta a me giudicarlo.
Le presenze nazionali nelle liste (per definizione locali) ci sono sempre state e continueranno ad esserci qualsiasi sia la forma elettorale: collegi uninominali, liste bloccate o con preferenze, listini chiusi. Il problema è la misura e la legittimazione di queste candidature che, ovviamente, hanno un senso in raccordo ad un gruppo dirigente e ad un progetto politico.
Per quanto mi riguarda riconosco di avere esaurito nel corso del tempo il ruolo nazionale che avevo e che è stato all’origine della mia presenza in lista. Non che io abbia rinunciato a svolgere un ruolo politico nazionale, anzi. Ci ho provato con prese di posizione che ritenevo coerenti con quella che consideravo l’ispirazione originaria autentica del Pd, con scelte nitide e disinteressate nei passaggi cruciali della vita interna del partito, con iniziative di minore o maggiore respiro (di cui la maggiore è stata quella referendaria del 2011-12 e quella più amata è la rivistina onlinewww.gazebos.it).
Tutto questo sentendomi in collegamento ideale e politico con l’area ulivista-prodiana, che è andata poi progressivamente dissolvendosi per esaurimento della propria ragione sociale. Ammetto che questi sforzi non sono stati coronati da grandi risultati, né in termini di attenzione né in termini di riconoscimento. Quello che invece non ho provato a fare è stato l’associarmi alla vita correntizia del Pd e tentare di aggregarmi al gruppo dirigente in carica che magari mi avrebbe accreditato in qualche “circolo” e in qualche “federazione” con possibili utilità derivate a base territoriale nella fase competitiva che si apre in questi giorni. Ma quel che ho fatto ho fatto. L’ho fatto per scelta e non ho motivi di ripensamento.
Le primarie per i parlamentari sono una buona idea. Non facili da portare a coerenza con una legge elettorale con liste bloccate lunghissime e circoscrizioni vastissime. Ma utili per restituire un principio di radicamento e di legittimazione territoriale alla parte nettamente prevalente delle candidature con possibilità di successo. Dico nettamente prevalente perché penso che non sia uno scandalo mantenere con questa legge una quota riservata per candidature che rispondano a una diversa logica (ruolo di direzione nazionale, competenza, personalità).
E tuttavia queste primarie hanno una tempistica impossibile che le ridurrà ad una “istantanea” in cui i rapporti di forza organizzativi e di conformismo di partito faranno premio su tutto e in particolare su originalità, innovazione e creatività. Semplicemente manca il tempo per costruire candidature e per promuoverle, cosicché l’intenzione di realizzare primarie aperte e competitive è destinata a rimanere sulla carta: le regole non saranno certe prima di oggi; le candidature andranno presentate a tempo di record; poi dovranno essere ratificate dagli organismi territoriali che dovranno anche comporre le liste; poi c’è Natale e santo Stefano e ci saranno forse 48 ore per la campagna elettorale.
La platea degli elettori sarà seriamente mutilata dal periodo natalizio. E nonostante tutti questi limiti le primarie saranno un successo per il solo fatto di tenersi per tre buone ragioni: 1) per il vantaggio politico e propagandistico che le primarie daranno al Pd e a Sel che potranno giustamente sostenere di essere coerenti con il principio di restituzione ai cittadini della scelta dei candidati all’elezione in parlamento, nonostante il Porcellum non obblighi i partiti a farlo; 2) il gruppo dirigente del Pd, e in particolare Bersani, si libererà dall’accusa di nominare i parlamentari e potrà tuttavia contare su candidati di suo gradimento perché modi e tempi delle primarie favoriscono i suoi seguaci uscenti o entranti; 3) nonostante i limiti dell’istantaneità questa prima volta costituisce un precedente al quale ci si potrà richiamare in futuro, apportandovi appropriate modifiche e miglioramenti.
In conclusione, mi preme dire che lascio il mio impegno parlamentare, condotto sempre con serietà e al servizio della nazione, senza provare alcuna tentazione di cospargermi il capo di cenere e avvertendo soltanto fierezza e orgoglio per l’onore che ho avuto.