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Il prossimo governo ascolti la Cgil
Il Piano per il lavoro del sindacato di Cesare Damiano – Gli Altri
di Cesare Damiano, pubblicato il 1 febbraio 2013
Come quella sulle pensioni, che ha prodotto il dramma delle centinaia di migliaia di cosiddetti esodati, anche la scommessa del governo Monti sul mercato del lavoro non è andata a buon fine, e questo nonostante gli avvertimenti espressi a più riprese dal Partito democratico.
A dirlo, oltre ai dubbi espressi dallo stesso ministro Fornero, sono i dati sulle assunzioni in peggioramento anche a seguito delle nuove regole. Con un tasso di disoccupazione all`11,1 per cento che per i giovani è sopra il 37 (e che nel Mezzogiorno è oltre il 40), non servono riforme che anziché favorire rallentano l`ingresso nel mondo lavoro. Ciò che è necessario, invece, è un piano straordinario per il laAjoro che sia in grado di creare occupazione e che, al tempo stesso, agisca come motore per la crescita.
Il Paese deve tornare a produrre ricchezza, ma senza un aumento del numero dei “produttori” e, di conseguenza del tasso di attività, non è possibile. Senza lavoro non si cresce. In questo senso il “piano per il lavoro” presentato la settimana scorsa dalla Cgil va guardato con favore e dovrà essere attentamente valutato dal prossimo governo. Secondo i calcoli del Cer (Centro Europa Ricerche), la stia attivazione potrebbe portare, in un triennio, ad una crescita del Pil del 3,1 per cento. Ma non si tratta solo di creare “nuova” occupazione. Si deve anche creare “buona” occupazione. Si tratta, in una parola, di rivalutare il `lavoro di qualità.
In Italia, mentre domanda e offerta continuano ad incontrarsi con grande difficoltà, abbiamo tre milioni di disoccupati, ma anche sette milioni di persone (se si considerano anche le finte partite Iva e le attività professionali Morder line) che lavorano in condizioni di precarietà. Le statistiche dicono che chi ha carriere discontinue accede con sempre maggiore difficoltà ad un lavoro stabile, mentre lo stesso lavoro tradizionale diventa sempre più povero e meno tutelato a causa delle politiche di svalutazione perseguite dai governi di centrodestra. Tre decenni di predominio assoluto del pensiero liberista, all`interno dei quali abbiamo vissuto vent`anni di berlusconismo, hanno favorito in Italia un`alleanza tra profitti e rendite a scapito del lavoro e hanno portato ad una riduzione di otto punti della quota di reddito nazionale precedentemente devoluta ai salari. La crisi economica, l`inasprimento della pressione fiscale attuato da Berlusconi e le politiche di rigore a senso unico introdotte dal governo Monti, hanno completato l`opera.
Che serve allora? Serve una revisione del patto di stabilità per consentire ai comuni le spese di investimento. Serve una riduzione strutturale del costo del lavoro a tempo indeterminato. che deve` costare di meno del lavoro flessibile. Serve, come è avvenuto in altri paesi d`Europa, una seria politica industriale che individui i settori strategici della nostra economia e li sostenga. Serve che le piccole e medie imprese, che costituiscono la nostra ossatura produttiva, possano tornare ad avere accesso al credito. Serve che lo Stato vari un piano di investimenti per opere pubbliche che abbia al centro la realizzazione e il potenziamento delle infrastrutture indispensabili, la valorizzazione dei beni cultu, ralí e la manutenzione del territorio. Serve il sostegno alla ricerca ed il finanziamento all`innovazione di prodotto e di processo.
Serve che lo Stato, attraverso una politica di rimodulazione fiscale e il ricorso al credito d`imposta, favorisca l`assunzione da parte delle imprese dei giovani, delle donne e dei soggetti svantaggiati. Allo stesso tempo, però, è necessario intervenire per aumentare il potere d`acquisto di lavoratori e pensionati: in un`economia di scambio, essenzialmente basata sul consumo, è indispensabile per evitare la spirale di una recessione infinita.
L`inflazione che sul carrello della spesa, nel 2012, ha superato iI 4 per cento, i contratti nazionali rinnovati con grande ritardo nei settori privati e bloccati nella pubblica amministrazione, e il blocco totale della perequazione delle pensioni superiori a tre volte superiori al minimo, insieme all`accresciuta pressione fiscale, hanno colpito pesantemente il reddito delle famiglie. Il prossimo governo dovrà aprire un tavolo di concertazione con il sindacato dei pensionati per superare, sin dall`anno in corso, il blocco delle indicizzazioni ed avviare una riflessione più generale sulla rivalutazione complessiva delle rendite pensionistiche, da troppi anni al palo. Così come condivido l`indicazione della Cgil di procedere ad una radicale riforma fiscale, che sposti l`asse del prelievo dai redditi fissi da lavoro e da pensione verso la ricchezza improduttiva, le transazioni finanziarie a carattere specu- lativo, le grandi ricchezze e le rendite. È questa la strada per tornare a crescere: trovare le risorse per investire, rimettere in marcia l`occupazione e mandare al Paese segnali, concreti, di equità sociale.





