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Il coraggio di riscoprire Keynes

Cesare Damiano su Gli Altri del 15/2/2013

Al voto mancano ormai solo dieci giorni e la campagna elettorale è al rush finale. Berlusconi, nel tentativo di portare a compimento la sua rimonta a colpi di sondaggio, continua con le bufale. Dopo la restituzione dell`Imu e il condono fiscale tombale è arrivata anche la promessa di quattro milioni (non un milione, quattro milioni!) di nuovi posti di lavoro. E tutti per i giovani.

Sembra di vivere nel paese dei balocchi, mancano solo gli asini volanti. A riportarci alla realtà, nei giorni scorsi, ci ha pensato la Conferenza delle regioni. I dati sulla disoccupazione soro sempre più allarmanti ed è alto il rischio che molti lavoratori che hanno maturato il diritto ai trattamenti in deroga nel corso del 2012 possano restare senza protezione sociale. Davanti a questa drammatica possibilità non si può perdere altro tempo. Il governo in carica non deve lasciar cadere nel vuoto la richiesta lanciata dalle regioni e dai sindacati e deve intervenire immediatamente sull`Inps per sbloccare i pagamenti degli ammortizzatori sociali in deroga relativi allo scorso anno e deve ripristinare le risorse per incentivare l`assunzione dei lavoratori in mobilità.
Senza risposte immediate il rischio è quello di far scivolare decine di migliaia di italiani nella povertà e di alimentare un enorme conflitto sociale. I presupposti perché la situazione possa ancora peggiorare continuano del resto a sussistere. Il 2012 per il tessuto produttivo italiano, complice il tracollo dei consumi delle famiglie, è stato un anno da incubo. Dice l`Istat che lo scor- so anno la produzione industriale ha fatto segnare un calo del 6,7 per cento. In termini di quantità di beni prodotti abbiamo raggiunto il livello più basso dal 1990. Da quando è iniziata la crisi – quella sempre negata da Silvio Berlusconi che, mentre le aziende cominciavano a chiudere, invitava gli italiani a brindare a champagne alla faccia delle cassandre della sinistra – l`indice della produzione industriale ha perso un quarto del suo valore.
È vero che i dati degli ultimi mesi parlano di un rallentamento in calo e che le previsioni del Centro studi di Confindustria hanno stimato per gennaio un incremento della produzione dello 0,2 per cento, ma per invertire la rotta serve ben altro. All`Italia non basterà contare sulla debole ripresa pronosticata per fine anno. La crisi da noi ha colpito più duro che altrove, decine di migliaia di imprese grandi e piccole (mille al giorno secondo Unioncamere) hanno chiuso i battenti, in tre anni sono stati cancellati 540mila posti di lavoro, il tessuto produttivo si è impoverito, in alcune zone del paese è in atto un autentico processo di desertificazione industriale. Serve, qui sì, una proposta shock. È necessario un grande piano per il rilancio e il potenzia.mento strutturale della nostra industria. E necessario un grande piano per la ricerca e l`innovazione, di processo e di prodotto.
E’ necessario un grande piano per lo sviluppo delle infrastrutture funzionali a una crescita strutturale della nostra economia. Ed è necessario, vista l`entità e la drammaticità del fenomeno, un grande piano per l`occupazione giovanile. La qualità e le tipicità, la mobilità sostenibile, il risparmio e l`efficienza energetica, le tecnologie legate alla salute, alla cultura, all`arte, al patrimonio storico e ambientale, costituiscono poi la nostra marcia in píù.
Occorre, in altri termini, riscoprire Keynes. In Italia e in Europa. L`alternativa, sempre che le cose a livello internazionale si mettano ad andare bene, sarebbe per noi quella di un affannoso galleggiamento. Non va dimenticato, poi, che un paese in perenne recessione, oltre a produrre disoccupazione e disagio sociale, alla lunga non è nemmeno in grado dí mantenere i propri impegni sul fronte dei conti pubblici e del contenimento del debito. La leva fiscale non può più essere utilizzata in modo da colpire redditi da lavoro e pensioni, ormai spremuti all`inverosimile, deve orientarsi, piuttosto, verso la tassazione dei grandi patrimoni finalizzando le nuove risorse alla crescita.
Così come non serve evocare e invocare aumenti di produttività quando è la stessa tenuta del lavoro e del sistema industriale ad essere l`emergenza. Basta guardare i dati 2012 sulla cassa integrazione alla Fiat, la nostra maggiore industria privata, per rendersene conto. La svolta è ineludibile. Se la scelta di governo, come mi auguro, toccherà a noi non avremo dubbi nel scegliere la strada della crescita e dell`equità sociale e abbandonare quella del puro rigore, che ci ha condotto in questa drammatica situazione.
Delle fantasiose e truffaldine promesse del Cavaliere non vale nemmeno la pena di parlare. Il 2012 è stato un incubo e non si vede ancora la fine della crisi.