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Tre “condizioni” per votare il nuovo segretario del Pd
Giorgio Merlo su Europa del 6/9/2013
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Tra i tanti motivi che si possono avanzare per scegliere e per votare il futuro segretario nazionale del Partito democratico, io ne indico tre. Motivazioni politiche, almeno secondo la mia valutazione, essenziali e decisive per continuare a militare in questo partito.
Innanzitutto nessuno deve “cacciare” nessuno. Ammetto di usare un linguaggio un po’ forte. Però, alla fine, la sostanza è questa. E cioè, in un partito articolato e complesso come il Pd nessuno può permettersi il lusso, anche se viene investito in modo plebiscitario, di emarginare storie, esperienze e persone “sgradite” o non funzionali ai propri obiettivi politici e di potere.
Certo, chi vince ha il dovere nonché il diritto di guidare il partito e chi perde, di norma, non deve essere cacciato o emarginato politicamente ma deve svolgere il suo ruolo, cioè fare la minoranza. Come dovrebbe avvenire nei partiti, appunto, democratici. Almeno così capita nei partiti democratici e non personali o padronali o carismatici o plebiscitari.
In secondo luogo il pieno e autentico riconoscimento del pluralismo culturale nel Pd. Ma, su questo aspetto, cerchiamo di capirci. Cosa significa distruggere le componenti o rottamare le correnti? Che resta solo più quella del segretario eletto con le primarie? Che il segretario vincente incarna tutte le sensibilità e nessuno deve disturbare il manovratore?
Molto semplicemente, a me pare che la “pluralita” culturale è stata, sin dall’inizio, il postulato essenziale del Partito democratico. Un postulato che individuava proprio nel pluralismo interno la qualità e la diversità di questa esperienza e di questa scommessa politica e culturale rispetto alle altre formazioni politiche. Certo, parliamo di aree culturali e non delle decine e decine di micro correnti che si giustificano perché si aggregano attorno alla raccolta delle tessere o al singolo “ras” locale.
È cambiato qualcosa rispetto a questa impostazione originaria? A me non pare. E, non vorrei, che la riduzione o la cancellazione del pluralismo interno venisse giustificato dai professionisti del nuovismo come un salto decisivo verso il cambiamento, il rinnovamento e la discontinuità e bla bla bla. Su questo serve chiarezza da parte dei candidati alla segreteria senza limitare il tutto al battutismo e alla spettacolarizzazione. Senza propaganda o ipocrisia.
Infine la natura “inclusiva” del partito. Il Pd, sin dall’inizio, si è sempre contraddistinto anche su questo versante, seppur con molti limiti. Sento, adesso, qua e là la volontà di cambiare fisionomia, voltare pagina, aprire una fase nuova – sempre più nuova – che muti radicalmente il volto e il profilo del partito. Presumo invitando gentilmente alla porta tutti coloro che risultano sgraditi al “nuovo corso”.
Ora, è ovvio che va incentivato e favorito il ricambio della classe dirigente, la sua circolarità e la sua mobilità. Perché la ruota deve girare come si diceva. Ma il tutto non può avvenire con i criteri noti ai partiti padronali, personali, plebiscitari e carismatici. Cioè con la cancellazione del dissenso e delle minoranze interne. Il tutto, come da copione, sempre giustificato con le note e ormai collaudate categorie del cambiamento, del rinnovamento, della discontinuità e bla bla bla.
Sulla natura “inclusiva” del Pd, dunque, i futuri candidati alla segreteria devono pronunciarsi con chiarezza. E anche qui senza propaganda e senza ipocrisia.
Insomma, il modello politico del Pd, pur senza dimenticare com’è ovvio i temi più programmatici e il progetto politico del partito, deve essere chiaro. Per me, e non solo per me, sono e restano discriminanti per scegliere chi guiderà il partito. Il modello plebiscitario, berlusconiano o grillino che sia, non l’ho mai condiviso, non mi convince, e non mi appassiona. Anche quando venisse scelto da chi vuol guidare il Pd in nome della solita ed abusata modernità. Il Pd, almeno spero, dovrebbe essere un’altra cosa.





