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Il ruolo dei popolari non è solo ordinaria amministrazione
Giorgio Merlo su Europa del 16/12/2010

La vittoria, seppur di misura, di Berlusconi sia alla camera che al senato ha nuovamente modificato le parole d’ordine che hanno accompagnato in queste ultime settimane il dibattito politico. Forse sarà bene rivedere alcuni slogan che, se ripetuti ossessivamente e puntualmente smentiti, rischiano di disorientare le convinzioni di chi le ascolta e la credibilità di chi le pronuncia. Una su tutte: il berlusconismo è ormai “tramontato” e Berlusconi è al “capolinea”.Un doppio desiderio e un doppio auspicio che, però, continuano ad essere smentiti non solo dalla propaganda avversaria ma dalla stessa realtà dei fatti. Ora, alla luce di questa considerazione politica che va affrontata senza ipocrisia ed ambiguità, ci sono altre parole d’ordine che puntualmente trovano cittadinanza nel circuito mediatico e nel dibattito politico e che hanno ripercussioni nella stessa dinamica dei partiti. Mi riferisco, per entrare nel merito, al ritornello che i popolari, o ex popolari che dir si voglia, sono in fuga dal Pd. Tant’è che lo stesso Berlusconi ha detto pubblicamente che il futuro allargamento della maggioranza di governo comprenderebbe ovviamente l’Udc, deputati già eletti sotto le liste del Pdl e anche i «democristiani di sinistra del Pd».
Voci che traggono alimento e forza dai rumors che quotidianamente assediano la vita dei partiti, in questo caso del Pd.
Credo sia venuto il momento di fare un po’ di chiarezza. I popolari, i cattolici democratici e i moderati del Pd sono, come altre esperienze culturali, decisivi ed essenziali per far sì che il Pd resti un partito “plurale”. I popolari, attraverso la loro proposta politica e la loro sensibilità culturale, restano fondamentali per garantire che il Pd non si riduca ad essere un banale prolungamento della storia della sinistra italiana. Un desiderio, purtroppo, coltivato da alcuni all’interno del Pd e dato quasi per scontato da commentatori che non perdono occasione per ricordare che il Pd deve rafforzare la sua identità e il suo profilo di sinistra per essere maggiormente competitivo con il conglomerato conservatore.
Osservazioni e consigli che provengono dalla cosiddetta “stampa amica” e che, se dovessero avere seguito, avrebbero un effetto mortale non solo sulla possibilità concreta di essere un giorno alternativi e vincenti rispetto al centrodestra ma, quel che è peggio, segnerebbero la fine anticipata della scommessa iniziata nel 2007 con l’elezione di Veltroni a segretario nazionale del Pd. E proprio la presenza nel Pd della componente moderata e popolare è la miglior garanzia che ciò non avvenga. Certo, non una presenza testimoniale, ornamentale e periferica. Nulla a che vedere con gli indipendenti di sinistra, meglio se cattolici, degli anni ’70 nel Pci o con i cristiano sociali degli anni ’90 nei Ds. Due esperienze rispettabili ma del tutto estranee alla tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana e alla storia cinquantennale del cattolicesimo democratico. I popolari hanno un senso, e un ruolo, se giocano da protagonisti nel partito in cui militano. Se si riducono ad un ruolo accessorio, e subalterno, la loro esperienza diventa del tutto irrilevante ed insignificante.
E questo ruolo assume maggiore importanza proprio nell’attuale contesto politico tutto proteso – grazie all’abilità di Berlusconi e alla sostanziale condivisione di mondi e poteri più o meno collaterali – alla costruzione di una rinnovata “unità dei moderati”, funzionale alla definizione della nuova “casa dei moderati”.
Un appuntamento e un progetto che può essere messo in discussione nella sua essenza se la presenza dei popolari e dei moderati assume un ruolo visibile e fortemente condizionante nelle scelte politiche del Pd. Da chi dipende tutto ciò? Innanzitutto dai popolari stessi e, in seconda battuta, dal corpo del partito che non può limitarsi a tollerare questa esperienza come un semplice tassello dell’intero mosaico democratico. E questo per un semplice motivo. Se si dovesse arrivare ad una separazione – consensuale o giudiziale che fosse – l’unico dato chiaro che sarebbe evidente a tutti non sarebbe altro che un sostanziale fallimento dell’intero progetto. Sia di chi lo difende anche senza i popolari sia di chi è costretto ad andarsene per continuare a conservare la sua identità e la sua storia politica e culturale. Un epilogo francamente poco onorevole e del tutto proteso ad assecondare le ragioni di chi, da anni, sostiene l’impossibilità di poter far convivere sotto lo stesso tetto esperienze e storie culturali diverse, se non storicamente alternative.
Comunque sia, un nodo politico vero che va sciolto definitivamente e che non può essere continuamente riproposto offrendo ai media, ma anche ai quadri periferici del partito, segnali discordanti e poco rassicuranti sulla stessa permanenza nel Partito democratico.
Certo, questo è uno dei temi politici reali che non va confuso con le baggianate sempre più insopportabili dei “rottamatori” o con le mille interpretazioni degli ultrà delle primarie. Forse è anche giunto il momento di archiviare tesi e dibattiti che ruotano attorno al nulla, se non all’eterna contesa della conquista del potere personale, di gruppo o di clan.
E il capitolo della “pluralità” del Pd non è lontanamente paragonabile alle lunghe, ridicole e grottesche discussioni sulla carta di identità, sulle primarie di partito o di coalizione o di piazza, e sulla valenza decisiva dei regolamenti, degli statuti e dei codicilli. Una politica che si riduce a discutere e ad animarsi solo per queste minuzie non va lontano. E, quel è peggio, un partito che asseconda e insegue questi tormentoni è destinato, prima o poi, ad arenarsi lungo gli scogli. Ecco perché il tema dei popolari, del loro ruolo – come del ruolo di altre tradizioni culturali, com’è ovvio – nel Pd non può essere rubricato ad un fatto di ordinaria amministrazione.





