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Fassino: «Saranno primarie vere. In campo per la mia Torino»

Intervista a Piero Fassino su l’Unità del 20/12/2010


«Io o paracadutato da Roma? È un argomento privo di fondamento. In queste settimane in cui ho dialogato con il Pd e con la società torinese, questa obiezione non l’ha mai sollevata nessuno. Tutti sanno che sono figlio di questa città, che la conosco nei suoi dettagli più minuti. Aver passato 20 anni a Roma non ha indebolito in alcun modo il mio legame con Torino, dove ho mantenuto casa e dove ancora vive mia madre. E ricordo che in questi anni di impegno nazionale sono sempre stato deputato di questa città». Piero Fassino è molto soddisfatto della scelta di correre per la carica di sindaco della sua città. Ne parla con un trasporto persino inusuale rispetto ai suoi canoni: «Torino non ha mai smesso di essere capitale. Lo è stata del lavoro, dell’impresa, del pensiero laico e del solidarismo cattolico, dell’antifascismo, della ricostruzione post-bellica. Ma anche delle tante innovazioni che ne hanno cambiato la pelle negli ultimi trent’anni. Le giunte Castellani e Chiamparino sono state così autorevoli perché hanno saputo guidare questo cambiamento da città solo Fiat-centrica a capitale dell’industria avanzata, dell’innovazione scientifica, della cultura, del terziario».
Cosa l’ha convinta a questo passo?
«Il fatto che Torino ha sempre scommesso sull’innovazione. E l’idea che fare il sindaco qui significa essere in uno dei punti nevralgici della vita del Paese. Ho avvertito la necessità di dare a Torino una guida politica forte. Questa è la città più grande che governiamo nel Nord: se vogliamo affermare che il Nord non è una terra straniera per il Pd, che possiamo parlare a questa parte del Paese, da qui questa battaglia si può fare. È una sfida affascinante per la storia di Torino, ma è anche un punto di direzione politica nazionale. Stiamo andando verso il federalismo: non è indifferente come il centrosinistra presidierà enti locali importanti durante questa trasformazione dei rapporti tra Stato e autonomie».

Come è maturata la sua scelta?

«La sollecitazione è venuta da Bersani, che mi ha chiesto di mettermi a disposizione per un impegno che ha valore nazionale. Ma anche da tanti mondi della città, che vogliono un sindaco che abbia lo stesso profilo, forza e visibilità di Chiamparino e Castellani».

A Torino però sono rimasti in campo altri tre candidati del Pd.
«Rispetto la loro decisione, anche se trovo curioso che, nel momento in cui il Pd decide di spendere uno dei suoi dirigenti più noti, non si consideri questo un investimento in cui riconoscersi tutti. E tuttavia, questo consentirà alle primarie di essere vere, ci si misurerà sulle idee per Torino. Da un confronto del genere verrà qualcosa di buono per il candidato vincente e per la città».

Teme una frammentazione dell’elettorato Pd?
«La frammentazione non è mai utile, ma non è il caso di drammatizzare Le primarie sono fatte perché i cittadini scelgano. E a Torino il Pd offre una proposta qualificata e ampia. Gli altri tre candidati sono personalità significative e di esperienza. Questo dimostra la forza del Pd e il suo radicamento in città».

Le primarie a Torino si faranno, a livello nazionale scricchiolano…
«Sono d’accordo con Bersani: non devono essere una conta interna o un rito autoreferenziale. E non si deve partecipare pensando che servano per un posizionamento o per rivendicare qualche assessorato. Servono per avvicinare i cittadini alla politica».

Vendola è furioso dopo che Bersani ha proposto di bypassare le primarie per dialogare col Terzo polo...
«Le primarie sono uno strumento e non un fine. Si decide se farle e quando farle a seconda della strategia che si ha in mente. Mi colpisce che ci sia chi le vuole a tutti i costi per la coalizione e non le fa nel proprio partito… ».

C’è il rischio di uno strappo a sinistra per inseguire Fini e Casini? «Bersani non ha detto questo. Ha detto che per fare l’alternativa c’è bisogno di costruire una convergenza che vada al di là del centrosinistra. Dunque bisogna perseguire l’unità tra Pd, Sel e Idv, ma questo non basta per vincere se non c’è anche un’interlocuzione con ciò che sta fuori dal centrosinistra. Ricordo che già nel 1996 vincemmo con l’Ulivo alleato del partito centrista di Dini. È un problema che ci siamo sempre posti in questi anni: non si tratta di strappare a sinistra. E poi non spetta solo al Pd decidere: noi dobbiamo esprimere una proposta e un programma chiaro e proporlo a tutti, poi tocca anche agli altri decidere con chi vogliono stare. Le alleanze sono un fatto reciproco».

Ritiene possibile tenere insieme tutti?
«Nel2009 abbiamo vinto le  comunali di Bari e le provinciali a Torino, Alessandria, Rieti, Rimini e in tante altre realtà grazie a una convergenza tra centrosinistra e Udc. Così alle regionali 2010 in Liguria, Marche e Basilicata. Perché non deve essere possibile farlo anche a livello nazionale?».

Però c’è la novità Fini, indigesta per molti…
«In politica con le novità si fanno i conti, si ricalibrano le scelte e le strategie. Ancora non sappiamo come sarà il Terzo polo, per ora è stato solo annunciato. Vedremo che profilo avrà. La profila non è una schedina del Totocalcio, è una cosa più complicata».