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Troppa flessibilità, Matteo l’ha capito

Cesare Damiano su Europa del 15/1/2014

Il Jobs act di Matteo Renzi non commette l’errore di assumere come priorità un nuovo cambiamento delle regole del mercato del lavoro.

Si evita in questo modo di correre il rischio di concentrare l’attenzione solo sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma soprattutto si riconosce che per creare occupazione è necessario favorire lo sviluppo del paese e non soffermarsi sul falso problema di una ulteriore flessibilità.

Il nostro è un sistema iper-elastico (alcune fonti parlano di oltre 40 forme di impiego a disposizione delle aziende) e se vogliamo intervenire sulle regole che governano il mercato del lavoro dobbiamo piuttosto mantenere come centrale la lotta alla precarietà. Il punto di partenza è disboscare le modalità flessibili di impiego, come fece il governo Prodi nel 2007, scelta che favorì l’aumento della quota di lavoro a tempo indeterminato nelle nuove assunzioni di quegli anni.

La legge 30 del centrodestra, detta legge Biagi, ha sicuramente ampliato a dismisura le forme di impiego flessibili, aumentando invece i fattori di discontinuità nel lavoro.

Oggi, a causa di quelle scelte, il peso dell’incertezza ricade quasi interamente sulle spalle delle nuove generazioni. A questa situazione va posto rimedio favorendo la crescita del paese e l’inserimento incentivato dei giovani nei posti di lavoro. Se il Jobs act di Renzi andrà in questa direzione lo apprezzeremo: vedremo quale sarà il passaggio dai titoli ai contenuti di merito.

Abbiamo già ribadito, in varie occasioni, che il contratto di inserimento proposto dal segretario del Pd dovrà prevedere, dopo il periodo di prova, la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non in forma parziale, riconducibile ai soli licenziamenti discriminatori, ma totale ed inclusiva anche dei licenziamenti per motivi economici.

Per quanto riguarda il modello di contrattazione, non richiamato nel piano del lavoro di Renzi, noi intendiamo ribadire la nostra netta contrarietà a spostarne il baricentro verso la contrattazione aziendale, perché pensiamo che essa debba stare in equilibrio con il contratto nazionale. Semmai si tratta di specializzare ulteriormente i due livelli: in azienda si deve prevedere di negoziare la produttività, mentre nel contratto nazionale la difesa del salario dall’inflazione e la definizione delle normative.

A differenza del centrodestra non condividiamo l’idea di favorire la contrattazione individuale che esporrebbe i lavoratori al massimo grado di arbitrio, soprattutto nell’attuale situazione di crisi. Un fattore di incentivo allo sviluppo ed alla occupazione è certamente rappresentato dalla diminuzione del costo del lavoro.

Parte prevalente delle nuove risorse che il governo sarà in grado di reperire venga indirizzata per la riduzione del cuneo fiscale, procedendo in due direzioni: l’una, a vantaggio delle imprese, l’altra a diminuzione della pressione fiscale sulle buste paga. Sarebbe invece sbagliato, come propongono Alfano e Sacconi nel loro contro-piano del lavoro targato Nuovo centrodestra, immobilizzare le risorse per incentivare il salario di produttività in una fase di crisi e di ristrutturazioni che vede l’assenza di contrattazione aziendale.

A conclusione del nostro ragionamento alcune note relative al rapporto tra l’azione del governo e le scelte del Pd. Tra pochi giorni le camere dovranno esaminare il decreto legge del ministro Giovannini che riforma la cassa integrazione in deroga. Si tratta di giuste misure restrittive che intervengono su un istituto, pagato dalla fiscalità generale, che in questi anni è diventato una sorta di indennità di disoccupazione mascherata.

Se lo strumento deve continuare ad esistere come cassa integrazione è giusto che sia pagato dalle imprese e dai lavoratori. Altrimenti deve cambiare natura. Come si concilia questa scelta restrittiva con quella che Renzi indica nel piano del lavoro a favore dell’ampliamento delle risorse (miliardarie) da destinare agli ammortizzatori sociali?

Infine, vogliamo parlare di pensioni. Il Jobs Act non affronta il problema della previdenza. In più occasioni Renzi ha giudicato positivamente la “riforma” targata Fornero, salvo perorare la causa degli “esodati”. A nostro avviso si tratta di un errore, perché si fa finta di ignorare che il dramma di chi è rimasto senza lavoro e pensione è figlio di quella “riforma” che va cambiata.

Adesso il governo, rendendosi finalmente conto del danno provocato dall’assenza di gradualità nel sistema previdenziale, rilancia una proposta di flessibilità alla quale noi siamo affezionati. Va ricordato che alcuni parlamentari del Pd hanno depositato nella scorsa e attuale legislatura un disegno di legge che consente di andare in pensione, con 35 anni di contributi, a partire dai 62 anni di età (con l’8% di penalizzazione). Sarebbe opportuno aprire da subito un confronto su questo tema al fine di correggere una “riforma” previdenziale, voluta dalla Bce prima ancora che da Monti, che ha prodotto notevoli ingiustizie sociali.